3 . Cose dell’altro mondo
Certo che so come ci si sente ad essere sopraffatti dalla meraviglia. Io ho visto una collezione completa di libri di Andre Norton!
C.J. Cherryh, circa 1990
Planetary romance ambientati su Marte sono stati scritti tanto da campioni dello science-fantasy come da Leigh Brackett (il primo ciclo di Erik John Stark), quanto da autori insospettabili come Michael Moorcock, che secondo la leggenda scrisse in una settimana i tre romanzi che compongono il ciclo di Kane di Marte.
Nel caso di Leigh Brackett, gran parte della sua produzione può essere catalogata come science-fantasy, quasi a dimostrazione che un genere ibrido e “bastardo” riesce comunque a mantenere un elevato livello di scrittura.
Né ciò è poi così insolito – forse perché la sostanza di cui sono fatte le loro storie è così labile, spesso gli adepti dello science fantasy usano uno di due possibili artifici: l’umorismo o l’eleganza formale.
Diretta discendente letteraria di Leigh Brackett e C.L. Moore, e destinata a diffondere il verbo del planetary romance fra quattro generazioni di lettori venne poi Andre Norton.
Forse la scrittrice più prolifica del ventesimo secolo, Alice May Norton cominciò a scrivere nel 1934, all’età di 22 anni.
Era una bibliotecaria ed una libraia, sopravvissuta alla Grande Depressione, e scriveva romanzi di fantascienza e fantasy.
Ne pubblicò circa 300, fino al 2005, quando si spense in una casa di cura.
Settant’anni di carriera.
Trecento romanzi in settant’anni significa qualcosa come quattro/cinque romanzi l’anno.
E questo senza contare i racconti venduti alle riviste o – successivamente – piazzati in diverse antologie.
Andre Norton non scriveva solo bene – scriveva in fretta!
E se davvero il valore di un autore si misura dalla quantità e qualità dei suoi lettori, allora Andre Norton può contare fra coloro che la considerano un’ispiratrice Greg Bear, Lois McMaster Bujold, C. J. Cherryh, Cecilia Dart-Thornton, Tanya Huff, Mercedes Lackey, Charles de Lint, Joan D. Vinge, David Weber, e K. D. Wentworth.
Ed è lecito sostenere che se gli anni fra la fine dei ’70 e l’inizio dei ’90 videro una autentica esplosione di scrittrici nei campi un tempo prevalentemente maschili della fantascienza, del fantasy e dell’horror, il merito va certamente ad Andre Norton.
C.L. Moore e Leigh Brackett vennero prima, certo, e forse furono più originali – ma si dovettero anche spesso mascherare da uomini per poter pubblicare in unmercato prevalentemente maschile.
Andre Norton cambiò il mercato.
Il ciclo più popolare, nella colossale produzione della Norton, è certamente quello che va sotto al nome de Il Mondo delle Streghe – una serie di avventure ambientate su un pianeta sul quale, per motivi lunghi a spiegarsi (non è sempre così nella science fantasy?) la magia funziona, fianco a fianco con campi di forza, cancelli dimensionali e visitatori dalla Terra; dominato da una società matriarcale e “piacevolmente femminista”, il Mondo delle Streghe della Norton è all’origine di tutto un sottogenere, che si dispone variamente nello spazio grigio fra fantascienza e fantasy.
Più fantascientifico, ma solidamente “nortoniano” per impianto e stile narrativo è il ciclo dei Draghi di Pern, di Anne McCaffrey.
Il pianeta Pern è dominato da una società feudale, e gravato dal ricordo di antiche leggende di gloriose imprese dei Cavalieri dei Draghi.
Ma il feudalesimo è un prodotto – come spesso accade nella science fantasy – di una catastrofe che ha cancellato la civiltà tecnologica dei primi coloni provenienti dalla Terra. I Draghi sono creature prodotte intervenendo sul DNA della fauna locale, progettate per contrastare la minaccia che periodicamente spazza il pianeta portando morte e distruzione.
Se i romanzi finali della serie si fanno più francamente fantascientifici, l’inizio del ciclo è solidamente science fantasy, e la saga dei dragonieri di Pern coniuga due elementi classici del genere – il mondo alieno feudale e medioevaleggiante ed il medioevo come prodotto della catastrofe planetaria.
Anche l’esordio dell’inglese Tanith Lee avviene nell’ambito della science fantasy e The Birthgrave (in italiano Nata dal Vulcano), pur aprendosi come un fantasy, si rivelerà alla fine un planetary romance con tutte le sue cosine al posto giusto, dall’astronave di osservatori terrestri pronta ad intervenire come deus ex machina, all’interpretazione pseudo-freudiana della “maledizione” che ha perseguitato per oltre seicento pagine la protagonista.
Prolisso, a tratti ingenuo ma ciononostante costellato di immagini molto vivide e spunti originali, Birthgrave è il primo libro di una serie che proseguirà con Stormlord ed altri titoli melodrammatici.
Non la cosa migliore di Tanith Lee, ma indubbiamente meritevole di una rilettura.
Ci siamo ormai allontanati – e molto – dai modelli originali, ed è il momento di chiamare sulla scena due autrici insospettabili: Marion Zimmer Bradley, per anni il simbolo stesso della fantascienza femminista per una certa fascia di pubblico, e C.J. Cherryh, paladina della fantascienza tecnologica e della space opera, ma anche frequente esploratrice dei territori del fantasy.













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