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Tutti gli articoli per il mese di maggio 2012

Il Villaggio dei Dannati – 1960 (recensione di Davide Mana)

Nel 1957, la MGM sospese a tempo indeterminato le riprese di un flm basato sul romanzo di John Wyndham “The Midwich Cuckoos”, che avrebbe dovuto essere interpretato da Ronald Colman.
I vertici della casa produttrice americana temevano che uno degli elementi centrali della storia – una versione particolarmente malevola dell’Immacolata concezione – avrebbe potuto causare problemi alla pellicola.
Ronald Colman morì nel 1958, complicando ulteriormente la facenda.
Poi, nel 1960…

Una prima, superficiale osservazione, ci potrebbe portare a schedare Village of the Damned, pellicola inglese del 1960 diretta dal tedesco Wolf Rilla, come un prodotto dei suoi tempi.
La paura dell’invasione, figlia della Guerra Fredda, l’orrore per il nemico che si nasconde fra noi, che ci assimila e ci fagocita, potrebbero far costruire immediatamente un parallelo con quell’altro colosso della cinematografia in bianco e nero, quell’Invasione degli Ultracorpi girato da Don Siegel nel 1956.
Ma non è così semplice.

L’invasione immaginata da Wyndham, sceneggiata e diretta da Rilla, è più subdola, più moralmente ambigua, di quella che Siegel trae dal romanzo di Finney.

La trama è nota.
Dopo un misterioso evento che causa la perdita di conoscenza in tutti gli abitanti del villaggio di Midwich, tutte le femmine fertili del villaggio (umane o animali) risultano essere in stato interessante.
Dopo una gravidanza anomala e ultra-accelerata, dieci donne danno alla luce altrettanti bambini, tutti inquietantemente simili fra loro, che in breve tempo mostrano non solo di avere tempi di sviluppo accelerati (almeno quattro volte rispetto ai normali bambini umani), non solo di possedere caratteri fisici non umani, ma anche di avere ampi poteri extrasensoriali.
Mentre situazioni simili si scoprono in altre località del globo, toccherà al professor Zellaby, egli stesso “padre” di uno dei ragazzini, cercare di comprendere il mistero e – se possibile – trovare una soluzione.

In Village of the Damned, quindi, l’attacco alieno ci colpisce a livello non solo biologico e sociale, ma morale ed affettivo.
Non si tratta più di rimpiazzare gli abitanti con loro cloni privi di emozioni, come nel film di Siegel, ma di insinuare nella collettività dei “figli” capaci di giocare proprio sulle emozioni, manipolando spietatamente gli adulti, instaurando una dittatura di fatto.

Per questo, se la reazione degli umani appare più efficace nel film di Rilla che in quello di Siegel, e l’invasione viene contenuta, è anche vero che il sapore della vittoria è amarissimo.
Gli australiani e gli inuit uccidono i bambini in fasce, senza troppe domande. I russi tentano di educarli, forse di usarli in maniera abbastanza cinica, solo per scoprire che l’unica soluzione è l’impiego delle armi atomiche per cauterizzare il rischio.
E la soluzione di Zellaby, più casereccia di quella sovietica, rimane venata dell’orrore che tutte le culture umane provano verso l’aggressione fisica ai bambini.

Il film, prodotto con mezzi limitati e giocato soprattutto sulla regia e sulle interpretazioni, conserva anche oggi il suo impatto.
Dall’inizio quieto, quasi indistinguibile dalle scene di apertura di un poliziesco all’inglese, alla parte centrale durante la quale l’analisi scientifica (portata avanti con mezzi “d’epoca” ma non meno efficace), alla crescente paranoia, fino allo scatenarsi dell’orrore, il meccanismo è perfettamente a punto.
Rilla dimostra di saper giocare molto bene su dettagli appena accennati, ed ottiene un prodotto che è superiore alla somma delle sue parti.

In questo è coadiuvato da un ottimo George Sanders, volto “per bene” dell’Inghilterra della prima metà del ’900; Sanders è a suo agio nei panni del professor Zellaby, uomo non più giovane con una bella moglie (Barbara Shelley, che diventerà un volto storico della Hammer), e “benedetto” dall’arrivo insperato di un figlio, ed al contempo uomo chiave sul campo per chiarire il mistero; un ritratto straordinariamente umano di scienziato – lontanissimo dagli orridi cliché che negli ultimi vent’anni hanno infestato il cinema di fantascienza.

Facile, infine, nel 1960, vedere nei piccoli mostri biondi un oscuro ricordo di deliri ariani da poco soppressi. E tutto, nella loro caratterizzazione – dallo stare sempre in gruppo, come una mente alveare, alla assoluta mancanza di sorriso, all’assenza di anima, ci lascia immaginare che se di invasione aliena si tratta, allora gli alieni sono profondamente, assolutamente nazisti.
L’unica parvenza di sorriso, in effetti, compare solo nella versione per il mercato britannico, ed increspa le labbra di David, il “figlio” di Zellaby, subito dopo aver causato la morte di uno degli abitanti del villaggio.
Sono nazisti, e sadici.
E sono figli nostri.

Villaggio dei dannati – 1995 (recensione di Gianluca Santini)

Nel 1995, a trentacinque anni di distanza dall’originale, esce nelle sale cinematografiche il remake de “Il villaggio dei dannati”. A dirigerlo è uno dei nomi più importanti del cinema fantascientifico e horror, John Carpenter. Pur con tutto il bene che voglio al Maestro, e pur non avendo visto l’originale, si nota come la qualità di questo film sia, per dirla in termini umani, imbarazzante. Non a caso era stato pure nominato ai Razzie Awards come peggior remake/sequel dell’annata 1995. Non ha vinto quell’ambitissimo premio, ma già solo la nomination dà da pensare.

Carpenter si ritrova in mano una storia già pronta ed è reduce da una serie di film che si sono rivelati dei veri e propri insuccessi commerciali. “Villaggio dei dannati” non interromperà la catena, purtroppo. Ma tutto ciò non può essere una giustificazione. Carpenter ci ha abituato a film memorabili, a una concezione dell’horror  e del fantastico del tutto personale, e con i remake ci ha saputo fare, basta pensare a quell’indiscusso capolavoro del 1982, “La Cosa”. Con questo film, invece, l’alchimia tra storia già sfruttata, reinterpretazione che fa quasi dimenticare che si tratti di un remake e poetica carpenteriana non riesce.

Dietro la macchina da presa c’è il Maestro e si vede. E lo si vede anche davanti, in un piccolo cameo nelle scene iniziali, ma nella storia non lo si percepisce. Il suo modo di narrare non arriva a destinazione, forse non è nemmeno mai partito. Si sente un po’ di Carpenter nello score musicale, curata assieme a Dave Davies: una tipologia di colonna sonora che è ormai un marchio di fabbrica per il regista/compositore. La musica che parte quando sono presenti i bambini e quando sono intenti a utilizzare i loro poteri, è alienante e ossessiva, forse l’unico vero guizzo che richiama alle emozioni di disturbo che dovrebbe suscitare la storia.

Tutto il resto è come un compitino fatto a casa: si regge in piedi, ma è privo d’anima, come quegli stessi bambini. Se la prima parte, quella del blackout, ha una qualche minima traccia di atmosfera, tutto si perde col procedere della pellicola. Dal momento che le emozioni sono la grossa differenza tra i bambini alieni e l’uomo, lo spettatore stesso non riesce a provare empatia per i personaggi. Si assiste a una sequenza di morti che anziché suscitare paura o empatia per la sorte tragica del personaggio, risultano grottesche, a tratti ridicole. Su tutte, quella dell’ubriacone che lavora nella scuola, o anche il massacro reciproco tra poliziotti e militari, nella parte finale. Senza coinvolgimento emotivo con gli umani, tutto si riduce a una presa visione di quello che succede, ma senza viverlo davvero. E troppi personaggi, presentati e subito dopo uccisi, non aiutano a far stabilire un contatto da parte dello spettatore. Se questo aspetto potrebbe far gioire i fan delle scene violente gratuite, anche loro rimarranno delusi, dal momento che Carpenter decide di non mostrare, a parte qualche piccolo dettaglio a metà pellicola.

Insomma, un remake freddo e portato avanti senza una reale voglia di sorprendere o spaventare. In tutto questo vengono persi anche i temi insiti nella storia, quelli della scienza e della fede, ma anche quello della violenza e crudeltà proprie della vita sociale dell’uomo. Vengono accennati, ma poi cadono nel vuoto, tanto nei dialoghi quanto nelle riflessioni dello spettatore. “Villaggio dei dannati” del ’95 è un film evitabile e, per chi non conosce Carpenter, una pellicola da non scegliere come primo lavoro da guardare del Maestro. Ci sono titoli molto più degni nella sua carriera.

Due ultime annotazioni. “Villaggio dei Dannati” è anche tragicamente noto per essere l’ultimo film interpretato da Christopher Reeve prima del famoso incidente a cavallo. Inoltre, nel cast è presente Mark Hamill, nome conosciutissimo nel cinema di fantascienza per la sua interpretazione di Luke Skywalker nella saga di Guerre Stellari: qui interpreta il ruolo del parroco del villaggio.

John Scalzi

Old Man’s War (2004)

Tor books

pp. 320

ISBN 978-0765309402

Quarta di copertina (da Amazon.com)

John Perry did two things on his 75th birthday. First he visited his wife’s grave. Then he joined the army.
The good news is that humanity finally made it into interstellar space. The bad news is that planets fit to live on are scarce-and aliens willing to fight for them are common. The universe, it turns out, is a hostile place.
So: we fight. To defend Earth (a target for our new enemies, should we let them get close enough) and to stake our own claim to planetary real estate. Far from Earth, the war has gone on for decades: brutal, bloody, unyielding.
Earth itself is a backwater. The bulk of humanity’s resources are in the hands of the Colonial Defense Force, which shields the home planet from too much knowledge of the situation. What’s known to everybody is that when you reach retirement age, you can join the CDF. They don’t want young people; they want people who carry the knowledge and skills of decades of living. You’ll be taken off Earth and never allowed to return. You’ll serve your time at the front. And if you survive, you’ll be given a generous homestead stake of your own, on one of our hard-won colony planets.
John Perry is taking that deal. He has only the vaguest idea what to expect. Because the actual fight, light-years from home, is far, far harder than he can imagine-and what he will become is far stranger.

Recensione.

Ci sono dei settori della fantascienza in cui è più arduo entrare, almeno nella veste di scrittori. Se ci si azzarda a provare la commistione space opera/military SF si entra automaticamente in confronto con un gigante, quel Robert Anson Heinlein che definì lo standard con il suo “Starship Troopers” (Fanteria dello spazio) già nel 1959. Scalzi sceglie questo azzardo e lo fa nell’unico modo possibile, ovvero facendo scelte molto precise nella trama e tirando dritto come un treno dalla prima all’ultima pagina.

Il quadro di partenza è quello descritto nella quarta di copertina; a 75 anni viene offerto ai cittadini terrestri di emigrare nelle colonie create dall’umanità, a patto di combattere per difenderle per la durata della ferma. Fatto questo potranno stabilirsi in una delle colonie e vivere per il resto dei loro giorni in quel pianeta. Già dall’inizio si presentano quindi numerosi interrogativi: perché l’arruolamento è limitato ai senior? Come è possibile per degli anziani battersi? Perché non è concesso ritornare alla Terra?

L’autore, già che ci si trova, compie un altro azzardo, questa volta dal punto di vista stilistico. Racconta la vicenda con il punto di vista del protagonista, in prima persona. Tecnicamente non è semplice e per di più mette di fronte al lettore a un messaggio, non troppo sottile, sulla sopravvivenza del personaggio principale.  In più questa scelta costringe a focalizzarsi sul particolare e non sul quadro generale, il che costringe il lettore a intuire molto del quadro ecomonico, sociale e militare della parte di universo in cui si trovano le colonie umane.

Evitando gli spoiler commento l’ultimo azzardo di Scalzi, ovvero la necessità di avere di fronte all’umanità degli alieni. Dopo decenni di Star Trek e bordate di classici del genere il rischio della scopiazzatura o della mancanza di profondità di questi personaggi è decisamente alto e richiede qualcosa di più dell’inventiva per uscirne bene. Non credo sorprenda a questo punto sapere che l’autore dimostra un buon polso anche in questo frangente.

In buona sostanza i temi sono veramente tanti in questo romanzo e molto finisce con il rimanere sullo sfondo. Gli infodump, pur presenti, sono limitati e decisamente funzionali per il resto della narrazione, permettendo così al lettore di seguire le avventure di John Perry e dei suoi commiltoni con buona continuità. Il romanzo risulta quindi equilibrato, a  tratti divertente, senza scadere verso il Young Adult o il riproporre vicende ritrite.

Scalzi dimostra quindi chiarezza di pensiero e una certa dose di personalità, difficile pensare che questo romanzo sia il suo esordio come pubblicazione e fa riflettere il fatto che originariamente sia stato pubblicato sul suo blog a puntate a partire dal 2002. Va inoltre segnalato che nell’universo descritto in questo testo sono ambientati altri tre romanzi,tutti pubblicati con Tor, ovvero:

The Ghost Brigades (2006)

The Last Colony (2007)

Zoe’s Tale (2008)

Nota bene: di recente, proprio nel mese di maggio 2012, questo romanzo è stato tradotto e immesso sul mercato italiano dalla Gargoyle Books con il titolo “Morire per vivere”. La traduzione è di Concetta D’Addetta, a cui è toccato un lavoro solo apparentemente semplice.

Ecco i vincitori ed i finalisti del Premio Nebula di quest’anno, nelle diverse categorie.
Il Nebula viene assegnato alle opere pubblicate nell’anno precedente – in questo caso quindi ai lavori usciti nel 2011.

Romanzo

Among Others, Jo Walton (Tor)
God’s War, Kameron Hurley (Night Shade)
The Kingdom of Gods, N.K. Jemisin (Orbit US; Orbit UK)
Firebird, Jack McDevitt (Ace)
Embassytown, China Miéville (Del Rey)
Mechanique: A Tale of the Circus Tresaulti, Genevieve Valentine (Prime)

Novella

“The Man Who Bridged the Mist”, Kij Johnson (Asimov’s 10-11/11)
“With Unclean Hands”, Adam-Troy Castro (Analog 11/11)
“The Ice Owl”, Carolyn Ives Gilman (F&SF 11-12/11)
‘‘Kiss Me Twice’’, Mary Robinette Kowal (Asimov’s 6/11)
“The Man Who Ended History: A Documentary”, Ken Liu (Panverse Three)
Silently and Very Fast, Catherynne M. Valente (WSFA)

Novelette

‘‘What We Found’’, Geoff Ryman (F&SF 9-10/11)
“Six Months, Three Days”, Charlie Jane Anders (Tor.com 6/8/11)
“The Old Equations”, Jake Kerr (Lightspeed 7/11)
“The Migratory Pattern of Dancers”, Katherine Sparrow (GigaNotoSaurus 7/11)
“Sauerkraut Station”, Ferrett Steinmetz (GigaNotoSaurus 11/11)
“Fields of Gold”, Rachel Swirsky (Eclipse 4)
“Ray of Light”, Brad R. Torgersen (Analog 12/11)

Racconto breve

“The Paper Menagerie”, Ken Liu (F&SF 3-4/11)
“Her Husband’s Hands”, Adam-Troy Castro (Lightspeed 10/11)
“Mama, We Are Zhenya, Your Son”, Tom Crosshill (Lightspeed 4/11)
“Shipbirth”, Aliette de Bodard (Asimov’s 2/11)
“Movement”, Nancy Fulda (Asimov’s 3/11)
“The Axiom of Choice”, David W. Goldman (New Haven Review Winter ’11)
“The Cartographer Wasps and the Anarchist Bees”, E. Lily Yu (Clarkesworld 4/11)

Ray Bradbury Award per la Miglior Presentazione Drammatica

Doctor Who: “The Doctor’s Wife”
The Adjustment Bureau
Attack the Block
Captain America: The First Avenger
Hugo
Midnight in Paris
Source Code

Andre Norton Award for per il miglior titolo di Fantasciena e Fantasy nella categoria Young Adult 

The Freedom Maze, Delia Sherman (Big Mouth House)
Ultraviolet, R.J. Anderson (Orchard UK; Carolrhoda)
Chime, Franny Billingsley (Dial)
The Girl of Fire and Thorns, Rae Carson (Greenwillow; Gollancz as Fire and Thorns)
The Boy at the End of the World, Greg van Eekhout (Bloomsbury USA)
Everybody Sees the Ants, A.S. King (Little, Brown)
Akata Witch, Nnedi Okorafor (Viking)
Daughter of Smoke & Bone, Laini Taylor (Little, Brown)

A Connie Willis è andato il Grand Master Award alla carriera.

Octavia Butler e John Clute hanno ricevuto il Solstice Award.
Bud Webster ha ricevuto il SFWA Service Award.

Nota bene: il racconto “The Paper Menagerie” di  Ken Li verrà pubblicato a breve sulle pagine di Robot, sul numero 66.

La fantascienza ha sempre avuto un ruolo, quella di stimolo all’immaginazione, al portare avanti il concetto di futuro in tutte le declinazioni alla portata dei creativi che vi si impegnano. Un altro ruolo è quello di ispirare progetti, di spingere imprese ed enti governativi verso la realizzazione di nuovi obiettivi. La scorsa settimana si è verificato un evento storico, la partenza della prima missione spaziale di iniziativa privata con la navicella Dragon.

La navicella ha raggiunto l’orbita e ha dimostrato di essere in grado di agganciare la stazione spaziale ISS, il che rimette a disposizione degli americani un mezzo per gestire i trasporti in orbita dopo il pensionamento dello Space Shuttle. Questo mette in relativia sicurezza il programma spaziale internazionale, specialmente dopo i problemi manifestati da alcuni lanci del programma Soyuz negli ultimi anni.

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Buona domenica e bentornati al nostro appuntamento settimanale con la programmazione dei canali nazionali del digitale terrestre non a pagamento; ricordo come sempre che orari e titoli possono essere variati dalle reti senza preavviso, per cui controllate quanto di vostro interesse il giorno stesso della trasmissione.

Questa settimana non è delle migliori, in due giorni non troviamo nulla oltre il rifugio di RAI4.

A parziale compensazione, il ritorno di due film come Dark City e 2001: Odissea nello spazio, tanto diversi quanto entrambi in grado di affascinare lo spettatore.

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Catherine Crook De Camp & Lyon Sprague De Camp

Non riesco a trovare una fotografia giovanile di Catherine Crook De Camp, a parte quella mostrata qui di fianco.
Un fatto insolito, e frustrante, considerando che a detta di molti (di Asimov, di Heinlein, di Sprague De Camp stesso), la signora De Camp era una delle più belle donne che mai abbiano frequentato l’ambiente della fantascienza.

Parlare dei coniugi De Camp è ancora una volta come parlare di vecchi amici.
È di Lyon Sprague De Camp il primo romanzo fantasy che io abbia letto (Il castello d’Acciaio), e l’influenza di De Camp, come autore e come saggista è stata massiccia sul mio sviluppo come lettore.
Ma vediamo di procedere con ordine. Continua a leggere

Mi riesce difficile poter dare una descrizione lineare della vita di Philip Kindred Dick, non tanto per la vita complicata dello scrittore, le vite degli artisti lo sono molto spesso.

No, è difficile poter dare un quadro asettico della storia personale di Philip K. Dick, perchè sto andando ad affrontare una vita complicata, piena di sofferenza e nella quale se dovessi trovare un unico comun denominatore non avrei nessun dubbio a scegliere la parola paranoia.

Lo scrittore nasce a Chicago il 16 Dicembre 1928 in una famiglia che non è nè ricca nè felice e già con la nascita arrivano le prime sofferenze: la sorella gemella Jane, muore quasi subito e lo scrittore che non la conoscerà mai ne sentirà la mancanza, si sentirà sempre legato a lei odiando invece la madre descritta come una gran nevrotica nonchè come colei che abbandonerà la famiglia al suo destino.

Ricordate le parole dette all’inizio del post? vita complicata; sofferenza;paranoia.Continuate a ricordarle fino alla fine di questo post e poi ne riparliamo.

Phil frequenta l’Università di Berkeley ma abbandona subito a causa dello scoppio della Guerra di Corea, il giovane rifiuta di sottostare alle esercitazioni obbligatorie a cui gli studenti si devono sottoporre.

Un gesto coraggioso, che però farà entrare il giovane in una spirale di sospetto ben peggiore.

L’incontro con la fantascienza avverrà per caso, la leggenda narra di una rivista acquistata per errore, altri contestano questa ricostruzione, questo però diventerà uno degli elementi che nel corso degli anni finiranno per comporre la mitologia sulla sua figura.

Sia come sia Philip K. Dick comincia a scrivere e nel 1952 esordisce con un suo racconto.

Ma la sua vita continua a non essere facile, cinque mogli si accompagneranno a lui nel corso degli anni: la prima abbandonata quasi subito dallo scrittore per potersi dedicare alla scrittura, la seconda, una militante comunista di origini greche si rifiuterà di seguirlo durante uno dei frequenti trasferimenti dello scrittore.

Dick ha già cominciato a scrivere Fantascienza ma non è felice, lui vorrebbe trasformarsi in uno scrittore mainstream; sarà con la terza moglie che le cose precipiteranno. Anne Rubinstein è una vedova con tre figlie di Marin County ed è un carattere forte: Philip K. Dick ci tenterà davvero con lei e proverà a integrarsi.

Senza successo.

L’insuccesso delle sue opere non fantascientifiche crea forti frustrazioni nell’uomo, lui sospetta perfino che la moglie abbia assassinato il precedente marito.

Scappa a San Francisco.

Sospetti; sofferenza; paranoia. Ricordate?

Quello che arriva a San Francisco è un uomo distrutto, dedito all’uso di anfetamine e completamente depresso.

Certo ha scritto “Ubik” e “Il Cacciatore di Androidi”, però abbandonato anche dalla quarta moglie Dick si ritroverà a vivere praticamente in una comune assieme ad altri sbandati.

In questa fase, avverrà l’evento più controverso di tutta la vita dello scrittore: l’uomo dichiarerà di aver ricevuto delle perquisizioni all’interno del proprio appartamento, forse da parte dell’ FBI.

Anche per questo l’autore si trasferisce in Canada.

Neanche lì sarà felice.

Sospetti; sofferenza; paranoia; droghe. Ricordate?

Sempre più povero ma ormai disintossicato Dick rientra a Los Angeles nel 1972.

Convinto di sentire le voci.

L’artista compone l’ “Esegesi” e “La Trilogia di Valis”, conosce anche Tess, la sua quinta moglie e per la prima volta nella sua vita può godere di una certa tranquillità economica.

C’è perfino una piccola soddisfazione : il regista Ridley Scott sta girando Blade Runner, un film ispirato ai suoi racconti.

Per una volta nella sua vita lo scrittore è perfino sereno.
Ma un intera esistenza di stravizi reclama il suo dazio, nel 1982 lo scrittore muore per infarto.
E non fa nemmeno in tempo ad assistere alla conclusione delle riprese del “suo” film.Con lui in un certo senso scompare un intero universo; un universo, forse non totalmente rivelato, forse non completamente liberato dalla mente dell’uomo. Quando Philip k. Dick era al suo meglio riusciva a riversare i suoi demoni sulla carta, quando era al suo peggio i suoi demoni, le sue sofferenze, le sue paranoie i suoi sospetti
gli avvelenavano la vita.
Alla fine, purtroppo, hanno vinto i demoni.

Nick the Nocturnian.

ARTICOLO GIA’ APPARSO SU NOCTURNIA.

I vertici della flotta Spaziale, hanno un problema: il Comandante McLane, è una vera e propria spina nel fianco, sempre disposto all’insubordinazione, una vera e propria testa
calda.
Peccato però che il Comandante Cliff Allister McLane sia forse il miglior capitano della flotta spaziale Terrestre, completamente idolatrato dal suo equipaggio, e che la sua Astronave Orion VII sia senza ombra di dubbio la Nave Spaziale più avanzata della Flotta.
Dopo un ennesima bravata la Orion viene declassata a semplice nave di pattuglia e al Comandante viene affiancato un “supervisore” esterno : il Tenente Tamara Jagellovsk, un vero e proprio mastino seguace solo della logica e delle regole.
Una minaccia Aliena obbligherà McLane e il suo l’equipaggio a convivere col nuovo supervisore,e forse, a comprendersi meglio.

Nel 1966, il cemento del Muro di Berlino era ancora fresco, la Guerra Fredda era al suo apice e la Germania viveva sulla sua pelle la separazione in due stati formalmente, e praticamente, nemici tra loro.

Però quelli erano anche gli anni in cui l’esplorazione spaziale viveva la sua età dell’oro, l’epoca in cui la scienza sembrava destinata entro pochi decenni a risolvere tutti i problemi dell’umanità.
Le stelle non erano mai sembrate così vicine,in un certo senso quella fu l’ultima volta che ci avrebbero dato quella sensazione.

Ispirato da questo substrato culturale, negli Stati Uniti un certo Gene Roddemberry, aveva creato Star Trek una serie televisiva che parlava al futuro per descrivere le sfide del periodo,che descriveva una razza umana che aveva finalmente risolti tutti i suoi problemi di convivenza e che poteva ragionevolmente proiettarsi nello Spazio come protagonista.
Star Trek debuttò sugli schermi Americani nel Settembre del 1966. Roddemberry dopo infiniti tentativi e ben due episodi pilota prodotti per convincere i produttori potè finalmente godersi il meritato successo.

Dall’altra parte dell’Oceano, proprio in Germania, un altro uomo
aveva avuto più o meno le stesse intuizioni di Roddemberry
.

Già dal 1962, il bavarese Rolf Honold, comincia a buttar giù alcuni soggetti ambientati in un lontano futuro, in cui un umanità finalmente pacificata, dopo aver colonizzato le profondità marine sta adesso conquistando lo Spazio.
Non solo, Honold pone le basi dei personaggi principali: un comandante giovane e geniale ma indisciplinato e sciupafemmine, un secondo in comando ligio e soggetto alla logica, descritto così proprio per creare contrasto col protagonista -in seguito il secondo in comando diventerà nelle sceneggiature una donna, in modo da poter definire una certa tensione sentimentale tra i due- un equipaggio multietnico i cui membri risultino essere perfettamente integrati tra loro, una splendida Astronave e last but not least una misteriosa razza Aliena, quella dei “Frogs”, che cerca con ogni mezzo di distruggere la Terra.

Sia Honold che Roddemberry ignorano completamente il lavoro, l’uno dell’altro e per un bizzarro scherzo del destino anche le loro creazioni debutteranno nei rispettivi paesi a distanza di una
settimana l’una dall’altra.

Dopo diversi tentativi, nel 1966 la ARD, la più importante tra le due emittenti pubbliche tedesche (l’altra è la ZDF) acquista le sceneggiature dello scrittore bavarese, e decide di tentare la strada della fantascienza in televisione.
Il 17 Settembre di quell’anno debutta con l’impronunciabile titolo, per noi italiani Raumpatrouille- Die phantastischen Abenteuer des Raumschiffs Orion,(Traduzione Italiana: LE FANTASTICHE AVVENTURE DELL’ASTRONAVE ORION) una serie in sette episodi tutti in bianco e nero.
Quegli episodi conquisteranno i telespettatori tedeschi, in parte
quelli europei. Molto meno il resto del mondo.

Prima questione : il Casting.
Le storie prevedevano che i sei membri dell’equipaggio provenissero ognuno da un paese diverso: il Comandante McLane dall’Australia; il Tenente Jagellovsk dalla Russia, la tecnica della comunicazioni Helga Legrelle sarebbe dovuta essere francese e così via.

Per ognuno di loro, vennero scelti attori tedeschi, così per il ruolo di McLane venne individuato il giovane ma già famoso Dietmar Schonherr, all’epoca vero e proprio habituè del piccolo schermo in Germania, mentre per il ruolo della protagonista femminile venne
individuata la quasi debuttante Eva Pflug.

La Pflug, pur avendo accettato, inizialmente manifestò diversi dubbi riguardo al ruolo, dubbi nati principalmente a causa delle uniformi portate dal personaggio, ritenute dall’attrice (altri tempi, indubbiamente) dotate di gonne troppo corte.

Sia come sia dovettero intervenire le costumiste della rete per assicurare l’ attrice riguardo alla bellezza delle sue gambe,e al fatto che potesse tranquillamente mostrarle in pubblico.

Un discorso a parte merita il personaggio dell’addetto alla sicurezza, indicato da Rolf Honold come italiano: il Tenente Mario de Monti (si, lo so, sembra fatto apposta…)
interpretato dal brillante caratterista Wolfgang Volz; il suo de Monti rappresenta dentro di sè tutte le caratteristiche con le quali, gli italiani vengono visti all’Estero. Caratteristiche sia
positive che negative: Mario de Monti spesso sa essere spaccone, pigro, indisciplinato ed eternamente ossessionato dal cibo e dalle donne ma al contempo fedele e coraggioso quando serve. Caratterizzazione comunque mai utilizzata in maniera caricaturale o negativa, giusto semmai con simpatia e con continue strizzatine d’occhio.

Seconda questione : le storie.
Le trame erano indubitabilmente semplicistiche quasi leziose, forse
eccessivamente ingenue in alcuni punti, in un episodio l’equipaggio deve affrontare una ribellione robotica; in un altro scoprono un pianeta con una civiltà matriarcale senza contare che alcuni dialoghi, rivisti con l’occhio smaliziato dei telespettatori moderni sono indubbiamente invecchiati male. Eppure la serie trasuda sense of wonder, spesso diverte, a volte anche con una certa dose di autoironia.

Terza questione: il black and white.
Molti paesi stavano compiendo la transizione verso il colore, negli
Stati Uniti questo processo era già concluso da anni, quindi la serie
non riuscì ad essere venduta adeguatamente all’Estero. In Italia invece i diritti vennero acquistati dalla RAI,col titolo di ASTRONAVE ORION però la nostra emittente di Stato, tanto per non smentirsi trasmise solo quattro dei sette episodi, presentandoli oltretutto in ordine invertito.
Personalmente amo il bianco e nero, ritengo che, se ben usato, dia più fascino e personalità alle pellicole, ma nel mondo di fine anni
sessanta, nella sua rincorsa al nuovo, questo elemento rendeva
out” nei confronti di diversi mercati.

Gli scenografi compirono veri e propri miracoli sia per cercare di contenere i costi sia per cercare di creare qualcosa mai costruito prima: pianeti che si disgregano creati grazie a fondi del caffè, ferri da stiro utilizzati come elementi le consolle di comando dell’Astronave, ma nonostante questo i costi della serie tra modellini, scenografie ed effetti speciali cominciarono a lievitare
eccessivamente arrivando a toccare i 3,4 Milioni di Marchi dell’epoca.
Per questo nonostante il successo in patria e nonostante che Honold e i suoi collaboratori avessero già praticamente pronte le sceneggiature per una seconda stagione la ARD preferì ritirare il suo appoggio al progetto e cancellare la serie.

Finiva così l’epoca della fantascienza televisiva in Germania e
nasceva l’era dei Commissari e degli Ispettori alla Derrick.
E con essa finiva, momentaneamente la storia della serie che avrebbe potuto essere la “compagna” di Star Trek.

Note Finali: La storia dell’ Astronave Orion però non si concluse in quel momento,le avventure di McLane e del suo equipaggio continuarono sulla carta stampata: dal 1966 ad oggi sono usciti almeno 150 libri con nuove avventure della serie molti scritti dal creatore della serie stesso, nel 2003 alcuni episodi della serie originale vennero uniti a scene girate ex novo per montare un film,che però ha circolato solo in Germania e in Ungheria.
In Italia dopo la RAI, ASTRONAVE ORION, è stata ritrasmessa da Telemontecarlo e da alcuni anni la si può trovare in DVD.
Nick the Nocturnian.

Ricordate che qualche tempo fa si era parlato di un progetto chiamato “Save the SciFi!”, mirato a salvare tutte quelle opere di fantascienza che per la loro scarsa diffusione sono destinate a scomparire? No? Allora andate subito a leggervi l’articolo in questione e poi tornate qui di corsa, perchè finalmente oggi va online l’intervista agli ideatori di questo progetto. Come al solito, in calce è disponibile la versione originale, non tradotta, dell’intervista.

For all english-speaking people: we are publishing here an interview to the team of “Save the SciFi!”, a project aimed at saving all those sci-fi books that because of their low diffusion are prone to disappear. You will first find an italian translation, but immediately after that, at the bottom of this post, the original interview in english is also available.

Cici alla I-Con – Cici at I-Con

Stefano: Ciao Ash, Cici e Jamil, prima di tutto grazie per essere nostri ospiti e benvenuti su “Il Futuro è tornato”. Come già sapete abbiamo pubblicato un articolo sul vostro progetto qualche settimana fa che è stato accolto molto bene dai nostri lettori; ma prima di iniziare a parlare di “Save the SciFi!”, vorrei presentare le persone dietro al progetto. Ci dite chi siete, di dove siete originari e che cosa fate nella vita? E naturalmente, sentitevi liberi di aggiungere qualsiasi cosa do vioi che vogliate condividere.

Ash: Hey Stefano, scusa per la risposta tardiva. Come puoi immaginare siamo molto occupati da queste parti.
Il miglior modo per avere informazioni su di noi è di andare nel nostro sito su  http://savethescifi.com/index.php/about/about-team e leggere le nostre biografie. Basta dire che siamo tutti di Brooklyn, NY, dove sarà ubicato il nostro negozio fisico.
Jamil è un esperto di branding e product consultant con clienti in tutto il mondo, ed è originario della Virginia. Io vengo dall’area di New York, ho fatto giurisprudenza alla Columbia, sono un consulente per compagnie “startup” e avvocato esperto in media, e fra le altre cose sono anche scrittore e pilota.
Cici (questo è il suo nome d’arte) è una musicista di successo, una premiata attrice, un’antropologa ricercatrice ed un’autrice di libri per bambini e ragazzi. È originaria di Seattle, WA, ed è la mia ragazza.
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(recensione del nostro collaboratore Samuele Pretto, aka L’Internauta Digitale)

Philip K. Dick

Il disco di fiamma (1955)

Titolo originale: Solar Lottery

Cenni sulla trama.

In un lontano futuro, tutto è governato dal caso e dalla fortuna.

In un mondo dove esistono giochi a premi, estrazioni e sorteggi esiste anche una speciale lotteria.

Una lotteria in grado di dare il potere politico a un singolo uomo, mediante il movimento subatomico casuale di una speciale urna.

Per partecipare alla lotteria per il potere, bisogna però possedere una scheda di capacità e nonostante il sistema sembri pulito ed equo in realtà in pochi posseggono le ambite tessere, mentre grandi multinazionali e aziende ne comprano a vagonate nei vari mercati neri.

Verrick è stato il Quizmaster, ovvero il capo supremo del governo per dieci anni, finché l’Urna non è ruotata eleggendo come nuovo governante il tecnico elettronico e prestonista Leon Cartwright.

Il giovane Ted Bentley viene licenziato dall’Oiseau-Lyre e adirato contro i suoi ex-padroni, da lui ritenuti corrotti, decide di prestare fedeltà a Verrick.

Dopo aver compiuto il giuramento, però scopre che Verrick non è più il Quizmaster e grazie alle parole del telepate Wakeman scopre che non è tutto oro quello che luccica.

Leon Cartwright divenuto il nuovo Quizmaster, dovrà stare attento alle manovre del vendicativo Verrick, in un mondo dove l’assassinio è legalizzato, mentre un’astronave di prestoniti è alla ricerca della “terra promessa”/pianeta Disco di Fiamma.

 

Recensione.

“Il disco di fiamma” è il primo romanzo scritto dal leggendario scrittore Philip K. Dick, la cui storia è ambientata in un mondo scosso da una profonda crisi d’ideali.

In questo mondo dove l’omicidio e la schiavitù sono legalizzati, l’unica fonte di divertimento/distrazione/riscatto sociale è la lotteria e il complesso sistema minimax, dove ogni giorno c’è chi tenta la fortuna con ardite scommesse.

La storia si evolve, facendoci conoscere man mano i personaggi e il mondo circostante, un mondo corrotto e ipocrita, falsamente equo e governato dalla superstizione e dalle leggi della probabilità.

Ogni descrizione è precisa e metodica, con un dettaglio profondo e incisivo, senza lasciare mai nulla al caso e in netta contrapposizione con l’universo descritto.

Fra messia, robot, telepati e personalità multiple, assistiamo allo svisceramento di questo futuro avvolto da una folta nube di pessimismo e cinismo, mentre i valori come giustizia ed equità sono ormai stati sepolti dallo scorrere dei secoli.

Può un uomo fare la differenza? Può un solo uomo cambiare il sistema?

In “Il disco di fiamma” pur essendo il primo romanzo di Dick, si possono già notare e vedere le principali tematiche che caratterizzano il celebre scrittore, come per esempio: l’analisi critica della società, il singolo che lotta contro la massa/sistema ecc….

“Il disco di fiamma” è un’opera che invita alla riflessione, alla meditazione nei confronti del valore dell’umanità, dei principi fondamentali come libertà, uguaglianza e giustizia.

Il mondo probabilistico/matematico presente in questo romanzo è marcio, corroso all’interno dalla corruzione e dai membri di più alto livello, mentre i poveri/i non classificati sono costretti all’impotenza o alla schiavitù forzata.

Una schiavitù subdola e meschina, spacciata per un atto di fedeltà, una sorta di giuramento che lo schiavo deve fare al suo padrone.

E’ quasi impossibile non pensare alla situazione odierna, percorsa da prima di tutto una crisi economica e secondo da una crisi umana e di valori, dove sempre più precari/”schiavi” cercano lavoro accettando qualunque compromesso, dimenticando e voltando la faccia a quei valori fondamentali.

“Il disco di fiamma” è un libro, un romanzo di fantascienza, non è realtà ma nonostante questo il suo messaggio è tremendamente reale, quasi profetico.

Lo scrittore Stanislaw Lem definiva Philip K. Dick un visionario fra i ciarlatani e come non dargli ragione?