Dario Tonani (Milano, 1959); giornalista e scrittore. Noto ai più per i romanzi “Infect@” e “Toxic@” pubblicati per Mondadori nella serie regolare di Urania. Autore di genere fin dalla fine degli anni ’70, ha pubblicato un numero notevole di racconti e novelette. Questa intervista esce nel giorno del suo compleanno, auguri da tutta la redazione!
Ciao Dario e ben arrivato sulle nostre pagine virtuali. Per curiosità, il tizio rimasto sulla soglia per caso è Gregorius Moffa (*)?
Ciao Angelo, grazie! Sì, il tipo laggiù è Moffa. Diciamo che è il mio alter ego e che all’occorrenza mi fa da guardaspalle. Se non ti dispiace lo lasciamo sulla soglia, ha un caratterino!
Ogni scrittore ricorda un momento in cui si è innamorato della parola scritta. Potresti raccontarci il tuo?
Sarò un autore snaturato, ma a dire il vero io non me lo ricordo. A un certo punto – ero a metà del liceo – mi sono ritrovato avvolto dal (sacro) fuoco e oltre a divorare antologie su antologie ho cominciato a scrivere qualche raccontino mio. Non credo di avere avuto una vera e propria folgorazione; è stato più come affrontare un guado e a un certo punto accorgersi di avere l’acqua alla vita e di non riuscire più a tornare indietro.
Se ne hai, quali sono i tuoi autori di riferimento? In alternativa, quali autori consideri imprescindibili?
Ammetto di averne cambiati diversi in corsa, a testimonianza che anche il percorso di lettura cambia (e si consolida) con gli anni. Oggi posso tranquillamente dire che si sia stabilizzato su Philip K. Dick, James G. Ballard e tra i più recenti Cormac McCarthy, Richard K. Morgan, Maurice G. Dantec e Chuck Palahniuk. Come vedi scrittori molto borderline, imprescindibili per lo meno per chi come il sottoscritto ha sempre puntato alla contaminazione e all’ibridazione tra generi attigui…
Se dovessi suggerire un romanzo di fantascienza a chi non ne ha mai letti, cosa proporresti?
Un classico su tutti: “Fahrenheit 451” del grandissimo Ray Bradbury (del quale per altro mi sentirei di consigliare ad occhi chiusi anche la meno conosciuta antologia “Paese d’ottobre”). E tra i moderni, “La strada” di Cormac McCarthy, comunque lo si voglia incasellare…
La tua prima pubblicazione, correggimi se sbaglio, risale al 1979. Questo fa di te un autore di “lungo corso”, cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere in questi anni?
Il vero cambiamento è intervenuto solo in epoca relativamente recente, attorno al 2003-2004 con la stesura di “Infect@”. Non mi sono sentito davvero un narratore fino a quando non ho messo la parola fine a un romanzo. E ci sono arrivato molto tardi, il mio grande rimpianto. Da quel libro è cambiato pressoché tutto nella mia scrittura; le misure contano davvero quando danno profondità. E magari ti ribaltano la prospettiva… “Infect@” mi ha dato coscienza di una mia nuova modalità di espressione. È stato come salire su un’automobile per la prima volta, dopo essersi sempre mossi in bicicletta, pedalando…
Ambientare SF in Italia, secondo l’infelice frase di Fruttero e Lucentini, non sarebbe plausibile. Tu invece lo hai fatto molte volte, quali sono i punti forti di un racconto o romanzo che si svolge nel nostro paese?
In verità sono molto orgoglioso di essere uno scrittore di fantascienza che ambienta le proprie storie sotto casa. A un certo punto mi è parso naturale farlo, l’unica opzione veramente responsabile. Ogni giorno, nel tragitto casa-lavoro, visito i set dei miei romanzi e questo mi dà una forma di appagamento che non saprei spiegare. Mi sento a casa anche nella fantasia. Certo, la tipologia di storie che ho scelto di scrivere ha giocato un ruolo fondamentale, come pure l’abitare in una città – Milano – che per certi versi è una location ideale per ambientare incubi.
Rimanendo nei patri confini, il problema generale è lo scarso numero dei lettori. Pensi possa essere possibile fare un passo avanti? Se sì, come?
La fantascienza è entrata in crisi quando non ha più avuto il sostegno dei giovani, migrati verso altri lidi: urban fantasy e weird su tutti. Oggi gli scrittori di SF sono più giovani dei loro lettori, e questo non mi risulta che accada in nessun altro genere letterario. Da noi – parlo della fantascienza – non c’è ricambio generazionale; oltretutto, l’emorragia di lettori è anche abbastanza rapida. E temo che sia irreversibile. In più sono crollati i pilastri sui quali gli scrittori di SF hanno sempre costruito le proprie speculazioni sul domani: il fascino dell’ignoto, l’esplorazione spaziale, il sense of wonder… Elementi che ormai non scaldano più di tanto. Come fermare la diaspora? Facendo leva su quella che è stata sin dagli albori del genere la massima potenza di fuoco della fantascienza: le idee. Non abdicare al ruolo di letteratura “speculativa”, di frontiera, bandendo le facili scorciatoie che invece il cinema di genere ci propina con abbondanza: gli effetti speciali.
Sempre sulla lettura, pensi che il progressivo affermarsi dei formati digitali (ebook) sia un vantaggio?
Certo che sì, non ho dubbi. Cambiando la modalità di fruire della lettura, il formato digitale ha portato una ventata nuova nel mercato della narrativa: per esempio, rivitalizzando la forma del racconto, che sulla carta era fortemente penalizzato dalla sua collocazione “quasi anonima” in un’opera collettiva. Per non parlare del fatto che un ebook allunga a dismisura la vita di un titolo e apre prospettive nuove e interessanti per tutti quegli autori che – per una ragione o per l’altra – alla carta nono sono mai riusciti ad arrivare…
Con la 40K hai pubblicato quattro novelette (l’ultima è “Afritania”), tutte parti di un ciclo. E stai passando la barriera linguistica, con versioni in lingua inglese. Potresti parlarci di questa esperienza?
Dovrei prendermi trenta righe solo per questa risposta. L’esperienza di approdare su Amazon US è stata davvero elettrizzante. È come passare da uno sgabuzzino per le scope alla sala di una villa padronale. All’inizio non capisci neppure dove sederti… “Cardanica” è approdato in America con un lancio molto studiato e sostenuto dal giudizio entusiastico di Paul Di Filippo: è stato come immergere una barchetta di carta in un ruscello di montagna. Di punto in bianco ti senti travolto da tutto: lettori, critici, blogger, il famigerato Amazon Bestsellers Rank, che ti dice in tempo reale la performance del tuo titolo in rapporto a tutti gli altri del sistema (tieni conto che quando “Cardanica” è sbarcato Oltreoceano, Amazon Italia non aveva ancora mosso i primi passi). “Cardanica” è stato per nove settimane nella “top 100” dei technothriller e ogni giorno si vedeva sfilare al fianco – in salita o in discesa – titoli e autori che noi avrei mai neppure lontanamente pensato di “avvicinare” con un libro mio. Tornando alla domanda sopra, non credo che con la carta sarebbe stata la stessa cosa…
Steampunk, cyberpunk, atompunk… vale ancora la pena utilizzare queste etichette?
Le etichette sono convenzioni, scorciatoie, ammiccamenti. Non le amo e nel mio piccolo cerco di scrollarmele di dosso. Sono parole usate come esche, a beneficio di chi un libro deve renderlo appetibile in pochissime battute. Ma è un problema più dell’editore che dell’autore…
Potendo scegliere quale dei tuoi lavori vorresti che diventasse un film?
Uno solo? Certamente “Infect@”, di cui sono già stati peraltro opzionati i diritti cinematografici. È un progetto ambizioso, che tra mille difficoltà ha però trovato un proprio piccolo spazio di manovra…
A chi vorresti proporre una collaborazione per un progetto, scegliendo sia autori italiani che stranieri, e perché?
Non ho assolutamente dimestichezza con la scrittura a quattro mani: la mia sola esperienza in materia è molto recente, con una brillante autrice emergente, Claudia Graziani, per un racconto che uscirà a settembre. Scrivere è un processo individuale, intimo. Come diceva Ballard “gli scrittori sono squadre di un’unica persona che hanno bisogno dell’incoraggiamento della folla”. Ma ammetto che mi piacerebbe molto avere come partner Bruce Sterling o Paul Di Filippo: ho conosciuto personalmente entrambi e mettendo insieme quello che scrivono con le persone che sono penso che mi troverei molto bene.
Dovendo dare un consiglio ai nuovi autori, cosa suggeriresti?
Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Sono sei, è ok lo stesso?
Grazie per aver giocato con noi Dario, buona fortuna per tutti i tuoi progetti!
Grazie a te, Angelo. Vieni Moffa, andiamo! Ah… stay tuned!

(*) protagonista di due romanzi brevi, “L’algoritmo bianco” e “Picta muore!”. Il problema è che si tratta di un killer professionista.
Se volete conoscere meglio Dario Tonani o i suoi lavori, il punto di partenza imprescindibile è il suo sito a questo indirizzo.










Vuoi linkarci sul tuo sito o sul tuo blog?
Puoi farlo scegliendo uno dei nostri banner personalizzati!
Auguri a Dario, e complimenti per l’ottima intervista!
Io ho letto Cardanica (e Robredo) e devo confermare quanto detto da Dario. L’ebook è il formato perfetto per una novelette, che altrimenti rischia di essere fagocitata. Mi sono entrambi piaciuti e in futuro leggerò gli altri due.
Una curiosità. Ci sono ipotesi che vogliono Cardanica ispirata a disavventure con Trenitalia. Leggerlo in treno, posso confermare, è molto, molto suggestivo.
Soprattutto quando il tetto inizia a gocciolare…
(Per l’aria condizionata.)
bravo Angelo. Una grande intervista!
Un grazie enorme ad Angelo e alla Redazione: pensiero gradissimo! E grazie all’Iguana, a Salomon e Nick! Informazione di servizio: il link al mio sito non funziaaaaa!
)
Sistemato il link. Grazie per la segnalazione.
Pingback: WAR, Mezzotints apre la collana Raggi « Il futuro è tornato