Andre Norton

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8 . Un solo scaffale

decampinvikinghelmetÈ interessante notare, a questo punto, come molti degli autori fin qui menzionati fossero parte di una organizzazione, la Swordsmen and Sorcerers Guild of America (SAGA).
Creata dal solito Lin Carter, iperattivo autore e antologista scomparso nel 1988, la SAGA, a cavallo degli anni ’60 e ’70, incluse fra i propri membri Poul Anderson, L. Sprague de Camp, Fritz Leiber, Michael Moorcock, Andre Norton, Jack Vance, C. J. Cherryh, Tanith Lee e Roger Zelazny.
Tutti autori cooptati da Carter per la loro militanza nel genere fantasy, ma tutti autori che – complice una frequentazione assidua della fantascienza ed uno spirito a dir poco avventuroso – non ebbero problemi a creare un genere ibrido e “bastardo” che, prima dell’avvento in massa dei tolkienoidi e lo straripare sui nostri scaffali di infinite trilogie pseudoceltiche, rappresentò forse una delle punte più vitali della narrativa d’immaginazione.

Altrettanto interessante notare come i titoli menzionati, e gli autori selezionati, facciano di questo pezzo un’unica, lunga carrellata della Fantacollana della Nord dei tempi d’oro – fino più o meno al sessantesimo volume – con non poi così sporadici addenda dal glorioso catalogo Libra, e dal vecchio catalogo Fanucci.
Grossomodo dal 1978 al 1984.
Poi qualcosa cambiò, ed il mondo si riempì di hobbit.

Ma c’è un punto più importante, che comunque si lega all’invasione di hobbit e – forse – alla recente recrudescenza vampirico-sentimentale.
L’esistenza di un genere ibrido e bastardo come la science-fantasy, come il planetary romance, ci porta infatti ad interrogarci sul rapporto fra forma e contenuto nella letteratura fantastica.
Solleva il dubbio – forte e giustificato – che le etichette di genere siano spesso solo categorie formali: se li chiamo alieni è fantascienza, se li chiamo elfi è fantasy.
despoilersofthegoldenempire500aAbbiamo già citato in passato Randall Garrett, autore di un ciclo di romanzi e racconti fantasy-polizieschi ambientati in un universo parallelo (aha! E adesso come la mettiamo?!) nel quale i Plantageneti non hanno mai perduto la corona, e regnano su Francia ed Isole Britanniche.
Ebbene, nel corso della sua lunga carriera, Randall Garret dimostrò, con la novella Despoilers of the Golden Empire, che è possibile descrivere nel dettaglio la conquista del Perù da parte di Pizarro e vendere il racconto come space opera avventurosa – basta usare un linguaggio sufficientemente generico, descrivere l’oro come “l’isotopo 197 che forniva potere all’impero” e praticare qualche altro giochetto, ed è fatta.
Non è necessario aggiungere o togliere nulla.
Diamine, Garrett arrivò a descrivere i galeoni spagnoli come “navi inadatte al volo atmosferico”!

Ecco, questa suscettibilità al linguaggio della letteratura di genere è qualcosa che di solito trascuriamo, o diamo per scontato.
Eppure, cos’è il planetary romance, nella sua forma più deteriore, se non la sword & sorcery, nella sua forma più elementare, con una quarta di copertina diversa?
E forse è proprio questo il problema dell’attuale inflazione del genere fantasy, nel quale una crescita della quantità non corrisponde affatto ad una crescita della qualità della proposta. Gran parte del fantasy attuale è trito, sciapo, prolisso.
Molto, troppo, ricade in quello che alcuni definiscono hard fantasy, ben rappresentato dall’opera di autori peraltro competenti quali Steven Erickson e soprattutto George R.R. Martin; l’opera di questi autori, caratterizzata da ampi affreschi politici e da una forma di magia talmente vasta per potere e influenza da essere in ultima analisi al di fuori della portata dei protagonisti, piace molto ai larper ed ai fanatici di storia militare, felici di avere a che fare con autori che sanno distinguere una misericordia da un foragiaco, e che perciò hanno decretato il successo di ciò che è di fatto romanzo storico con i nomi cambiati e le date cancellate.
E se la fantascienza non fosse in flessione?
Se la disaffezione per la scienza e per il futuro non avesse fatto del genere più innovativo e rivoluzionario qualcosa di difficilmente vendibile, assisteremmo forse a qualcosa di simile?
Sarebbe facile ricucinare la storia rinascimentale italiana – con le sue bande di mercenari, i suoi artisti-inventori, le sue dispute filosofiche e scientifiche – in un grande ciclo di space opera, o in una brutale saga post-atomica.
Ma rimane la domanda – la forma è sufficiente?
Despoilers of the Golden Empire è davvero fantascienza?
Basta usare le parole chiave per fare narrativa d’anticipazione, o narrativa d’immaginazione?
E l’anticipazione?
E l’immaginazione?
I grandi autori hanno saputo fare narrativa di altissimo livello anche nelle forme ibride.
Nessuno dubita della qualità di un lavoro come il Ciclo di Morgaine o come il Ciclo del Nuovo Sole.
E anche nelle sue forme più di routine, nei romanzi scritti in una settimana o in un mese da Mike Moorcock, resta sotto alla cenere il calore vivo delle braci del talento autorale.
Ma non è sempre così – ed i risultati sono pessimi.

Epilogo . Finale col vampiro (o no?)

Riprendendo allora le fila dei primi paragrafi di questo pezzo, vale la pena notare come i popolarissimi vampiri innamorati che attualmente inflazionano gli scaffali delle giovinette, siano un ennesimo trionfo della forma sul contenuto.
La storia della giovane ragazza “normale” attratta dal bel tenebroso che al contempo la respinge e la affascina, e del progressivo coinvolgimento della bella con l’uomo del mistero, con conseguente cambiamento radicale della sua vita, perdita degli amici e degli affetti “normali” per penetrare in un mondo oscuro e pericolosissimo…

51V7AYB3KHLSembrerebbe Go Ask Alice, diario del progressivo coinvolgimento con gli stupefacenti di una adolescente americana, pubblicato nel 1971 –  cronaca della deriva di una persona “normale” e la conseguente dissoluzione della sua vita e lo spalancarsi dell’abisso della dipendenza.
A ben guardare, tutti gli elementi sono al loro posto.

. Ragazza per bene.
. Nuova scuola.
. Il bel tenebroso.
. L’oscuro segreto di lui, che cela una dipendenza.
. La progressiva induzione della protagonista in un mondo “altro”, prima temuto e poi abbracciato con entusiasmo, ma talmente estraneo al mondo “normale” da venire considerato quasi un mondo di fantasia.

La sola differenza – almeno in prima battuta – è che Go Ask Alice finisce malissimo, precipitando in una spirale di abusi sessuali, degradazione e morte finale della protagonista.
Al contrario, le storie di vampiri innamorati si chiudono col trionfo dell’amore – dopo una lunga spirale di abusi (solitamente più psicologici che fisici), pericolo e… la morte della protagonista.
Perché se lui la vampirizza, lei muore.
O non-muore.
Comunque ci siamo capiti.
Il trionfo della forma sulla sostanza è assoluto, e ciò diventa tanto più vero quando consideriamo che Go Ask Alice, diario di una adolescente nel tunnel degli stupefacenti, best seller negli anni ’70, è un falso, scritto sulla base di uno script determinato a tavolino da un’autrice con un dichiarato programma.
Una trama prefabbricata.
Aggiungiamoci la musica dei Jefferson Airplane, e otteniamo Go Ask Alice.
Aggiungiamoci la musica dei Fall Out Boy, e otteniamo Twilight.

Il fatto che le autrici di entrambi i romanzi appartengono alla confessione Mormone, e quali conseguenze questo possa avere sulle loro opere viene lasciato ai lettori come compito a casa.

3 . Cose dell’altro mondo

Certo che so come ci si sente ad essere sopraffatti dalla meraviglia. Io ho visto una collezione completa di libri di Andre Norton!
C.J. Cherryh, circa 1990

2103207736_77bd2ddd7b_zPlanetary romance ambientati su Marte sono stati scritti tanto da campioni dello science-fantasy come da Leigh Brackett (il primo ciclo di Erik John Stark), quanto da autori insospettabili come Michael Moorcock, che secondo la leggenda scrisse in una settimana i tre romanzi che compongono il ciclo di Kane di Marte.
Nel caso di Leigh Brackett, gran parte della sua produzione può essere catalogata come science-fantasy, quasi a dimostrazione che un genere ibrido e “bastardo” riesce comunque a mantenere un elevato livello di scrittura.
Né ciò è poi così insolito – forse perché la sostanza di cui sono fatte le loro storie è così labile, spesso gli adepti dello science fantasy usano uno di due possibili artifici: l’umorismo o l’eleganza formale.

Diretta discendente letteraria di Leigh Brackett e C.L. Moore, e destinata a diffondere il verbo del planetary romance fra quattro generazioni di lettori venne poi Andre Norton.
Forse la scrittrice più prolifica del ventesimo secolo, Alice May Norton cominciò a scrivere nel 1934, all’età di 22 anni.
Era una bibliotecaria ed una libraia, sopravvissuta alla Grande Depressione, e scriveva romanzi di fantascienza e fantasy.
Ne pubblicò circa 300, fino al 2005, quando si spense in una casa di cura.
Settant’anni di carriera.
n6613Trecento romanzi in settant’anni significa qualcosa come quattro/cinque romanzi l’anno.
E questo senza contare i racconti venduti alle riviste o – successivamente – piazzati in diverse antologie.
Andre Norton non scriveva solo bene – scriveva in fretta!
E se davvero il valore di un autore si misura dalla quantità e qualità dei suoi lettori, allora Andre Norton può contare fra coloro che la considerano un’ispiratrice Greg Bear, Lois McMaster Bujold, C. J. Cherryh, Cecilia Dart-Thornton, Tanya Huff, Mercedes Lackey, Charles de Lint, Joan D. Vinge, David Weber, e K. D. Wentworth.
Ed è lecito sostenere che se gli anni fra la fine dei ’70 e l’inizio dei ’90 videro una autentica esplosione di scrittrici nei campi un tempo prevalentemente maschili della fantascienza, del fantasy e dell’horror, il merito va certamente ad Andre Norton.
C.L. Moore e Leigh Brackett vennero prima, certo, e forse furono più originali – ma si dovettero anche spesso mascherare da uomini per poter pubblicare in unmercato prevalentemente maschile.
Andre Norton cambiò il mercato.

Il ciclo più popolare, nella colossale produzione della Norton, è certamente quello che va sotto al nome de Il Mondo delle Streghe – una serie di avventure ambientate su un pianeta sul quale, per motivi lunghi a spiegarsi (non è sempre così nella science fantasy?) la magia funziona, fianco a fianco con campi di forza, cancelli dimensionali e visitatori dalla Terra; dominato da una società matriarcale e “piacevolmente femminista”, il Mondo delle Streghe della Norton è all’origine di tutto un sottogenere, che si dispone variamente nello spazio grigio fra fantascienza e fantasy.

Dragonflight3Più fantascientifico, ma solidamente “nortoniano” per impianto e stile narrativo è il ciclo dei Draghi di Pern, di Anne McCaffrey.
Il pianeta Pern è dominato da una società feudale, e gravato dal ricordo di antiche leggende di gloriose imprese dei Cavalieri dei Draghi.
Ma il feudalesimo è un prodotto – come spesso accade nella science fantasy – di una catastrofe che ha cancellato la civiltà tecnologica dei primi coloni provenienti dalla Terra. I Draghi sono creature prodotte intervenendo sul DNA della fauna locale, progettate per contrastare la minaccia che periodicamente spazza il pianeta portando morte e distruzione.
Se i romanzi finali della serie si fanno più francamente fantascientifici, l’inizio del ciclo è solidamente science fantasy, e la saga dei dragonieri di Pern coniuga due elementi classici del genere – il mondo alieno feudale e medioevaleggiante ed il medioevo come prodotto della catastrofe planetaria.

1021251Anche l’esordio dell’inglese Tanith Lee avviene nell’ambito della science fantasy e The Birthgrave (in italiano Nata dal Vulcano), pur aprendosi come un fantasy, si rivelerà alla fine un planetary romance con tutte le sue cosine al posto giusto, dall’astronave di osservatori terrestri pronta ad intervenire come deus ex machina, all’interpretazione pseudo-freudiana della “maledizione” che ha perseguitato per oltre seicento pagine la protagonista.
Prolisso, a tratti ingenuo ma ciononostante costellato di immagini molto vivide e spunti originali, Birthgrave è il primo libro di una serie che proseguirà con Stormlord ed altri titoli melodrammatici.
Non la cosa migliore di Tanith Lee, ma indubbiamente meritevole di una rilettura.

Ci siamo ormai allontanati – e molto – dai modelli originali, ed è il momento di chiamare sulla scena due autrici insospettabili: Marion Zimmer Bradley, per anni il simbolo stesso della fantascienza femminista per una certa fascia di pubblico, e C.J. Cherryh, paladina della fantascienza tecnologica e della space opera, ma anche frequente esploratrice dei territori del fantasy.

(Nota questo articolo venne originariamente pubblicato sulla rivista LibriNuovi – viene ristampato qui, per la prima volta con il suo apparato iconografico al completo, con un ringraziamento allo staff di LN, la miglior squadra che mai abbia pubblicato una rivista)

Sì, ragazzi e ragazze, sarà uno spettacolo di classe…

Mettiamo l’unica nota seriosa di questo articolo in apertura, così la leviamo subito di mezzo.
È dimostrabile che i personaggi ritratti sulle copertine delle riviste di fantascienza e fantasy dell’Epoca d’Oro indossassero sempre abiti più esigui e rivelatori rispetto alla tendenza del tempo – gli eroi e le eroine delle storie di fantascienza e fantasy, insomma (ed anche i cattivi), erano meno vestiti dei loro lettori.
E, si presume, dei loro autori.
È facile collegare questa iconografia al target ipotetico di riviste come Astounding, Amazing Stories o Weird Tales – un pubblico essenzialmente maschile ed adolescenziale, in cerca di facili titillamenti, attratto dalla prospettiva di avventure in un futuro o in un passato più scollacciati e licenziosi del presente.
In misura minore, si potrebbe invece ipotizzare che la scarsità degli abiti fosse un richiamo ad un futuro o ad un passato mitico meno paludati e pruriginosi e, se vogliamo, più illuminati. Una sorta di libertinismo grafico a bassissimo grado.
Certo, una carrellata sugli abiti femminili del fantastico sarebbe al contempo breve, monotona e imbarazzante.
Abiti cortissimi e semitrasparenti o lungi e attillati, occasionalmente qualche tutina rivelatrice.
Casomai in variante sbrindellata, per l’horror ed il rapimento da parte di mostro alieno.
Per la fantascienza, immancabile il bikini di materiale argentato, coordinato con casco sferico modello “vaschetta per pesci rossi” e zaino jet.
E per la sword & sorcery, il bikini di cotta di maglia, anche noto come bikini di bronzo.
Di tutti, solo quest’ultimo è stato elevato a cliché ed etichetta stenografica, ad indicare tutto quanto di deteriore, infantile ed insensato si accumuli nel fantastico.
Di tutti, solo il bikini di cotta di maglia pare avere una storia complessa e articolata.

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Ve l’hanno mai detto, che donne e fantascienza non si mescolano?
E non nel senso di “donne e motori, gioie e dolori”…
Vi è mai stato fatto notare che le donne non leggono la fantascienza?
Non la capiscono?
Non la scrivono?

… eppure leggere fumetti era OK dal 1958…

Beh, a me la cosa è stata cacciata in gola per parecchi anni.
A cominciare da compagne di scuola ritrose che alla proposta di leggere un buon libro (non so, qualcosa di C.J. Cherryh, per dire), mi rispondevano che loro la fantascienza non la leggevano perché…
No, perché proprio non stava bene.
Non era appropriato, non era comme il faut.
Un po’ come l’idea che le donne potessero studiare ingegneria.
O qualunque materia scientifica.
O magari votare.
(no, ok, non sono così vecchio – ma ci siamo capiti).

Ma c’è di peggio…

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Certo che so come ci si sente ad essere sopraffatti dalla meraviglia. Io ho visto una collezione completa di Andre Norton!
C.J. Cherryh, circa 1990

Quando si svolge su pianeti lontani, lo science fantasy assume il nome di planetary romance, in deferenza ai modelli dumasiani dai quali spesso viene mutuata l’azione.
Primo maestro del planetary romance fu ovviamente l’Edgar Rice Burroughs dei cicli di John Carter (Marte) e di Carson Napier (Venere).
Emulo ed amico di Burroughs, Otis Adalbert Kline aggiunse al proprio ciclo marziano elementi più francamente fantascientifici, senza tuttavia allontanarsi dal modello iniziale.
La strada era ormai aperta.
Planetary romance ambientati su Marte sono stati scritti tanto da campioni dello science-fantasy come da Leigh Brackett (il primo ciclo di Erik John Stark), quanto da autori insospettabili come Michael Moorcock, che secondo la leggenda scrisse in una settimana i tre romanzi che compongono il ciclo di Kane di Marte.
Nel caso di Leigh Brackett, gran parte della sua produzione può essere catalogata come science-fantasy, quasi a dimostrazione che un genere ibrido e “bastardo” riesce comunque a mantenere un elevato livello di scrittura.
Né ciò è poi così insolito – forse perché la sostanza di cui sono fatte le loro storie è così labile, spesso gli adepti dello science fantasy usano uno di due possibili artifici: l’umorismo o l’eleganza formale.

Diretta discendente letteraria di Leigh Brackett e C.L. Moore, e destinata a diffondere il verbo del planetary romance fra quattro generazioni di lettori venne poi Andre Norton.
Forse la scrittrice più prolifica del ventesimo secolo, Alice May Norton cominciò a scrivere nel 1934, all’età di 22 anni.
Era una bibliotecaria ed una libraia, sopravvissuta alla Grande Depressione, e scriveva romanzi di fantascienza e fantasy.
Ne pubblicò circa 300, fino al 2005, quando si spense in una casa di cura.
Settant’anni di carriera.
Trecento romanzi in settant’anni significa qualcosa come quattro/cinque romanzi l’anno.
E questo senza contare i racconti venduti alle riviste o – successivamente – piazzati in diverse antologie.
E se davvero il valore di un autore si misura dalla quantità e qualità dei suoi lettori, allora Andre Norton può contare fra coloro che la considerano un’ispiratrice Greg Bear, Lois McMaster Bujold, C. J. Cherryh, Cecilia Dart-Thornton, Tanya Huff, Mercedes Lackey, Charles de Lint, Joan D. Vinge, David Weber, and K. D. Wentworth.
Ed è lecito sostenere che se gli anni fra la fine dei ’70 e l’inizio dei ’90 videro una autentica esplosione di scrittrici nei campi un tempo prevalentemente maschili della fantascienza, del fantasy e dell’horror, il merito va certamente ad Andre Norton.
C.L. Moore e Leigh Brackett vennero prima, certo, e forse furono più originali – ma si dovettero anche spesso mascherare da uomini per poter pubblicare in unmercato prevalentemente maschile.
Andre Norton cambiò il mercato.

Il ciclo più popolare, nella colossale produzione della Norton, è certamente quello che va sotto al nome de Il Mondo delle Streghe – una serie di avventure ambientate su un pianeta sul quale, per motivi lunghi a spiegarsi (non è sempre così nella science fantasy?) la magia funziona, fianco a fianco con campi di forza, cancelli dimensionali e visitatori dalla Terra; dominato da una società matriarcale e “piacevolmente femminista”, il Mondo delle Streghe della Norton è all’origine di tutto un sottogenere, che si dispone variamente nello spazio grigio fra fantascienza e fantasy.

Più fantascientifico, ma solidamente “nortoniano” per impianto e stile narrativo è il ciclo dei Draghi di Pern, di Anne McCaffrey.
Il pianeta Pern è dominato da una società feudale, e gravato dal ricordo di antiche leggende di gloriose imprese dei Cavalieri dei Draghi.
Ma il feudalesimo è un prodotto – come spesso accade nella science fantasy – di una catastrofe che ha cancellato la civiltà tecnologica dei primi coloni provenienti dalla Terra. I Draghi sono creature prodotte intervenendo sul DNA della fauna locale, progettate per contrastare la minaccia che periodicamente spazza il pianeta portando morte e distruzione.
Se i romanzi finali della serie si fanno più francamente fantascientifici, l’inizio del ciclo è solidamente science fantasy, e la saga dei dragonieri di Pern coniuga due elementi classici del genere – il mondo alieno feudale e medioevaleggiante e il medioevo come prodotto della catastrofe planetaria.

Anche l’esordio dell’inglese Tanith Lee avviene nell’ambito della science fantasy e The Birthgrave (in italiano Nata dal Vulcano), pur aprendosi come un fantasy, si rivelerà alla fine un planetary romance con tutte le sue cosine al posto giusto, dall’astronave di osservatori terrestri pronta ad intervenire come deus ex machina, all’interpretazione pseudo-freudiana della “maledizione” che haperseguitato per oltre seicento pagine la protagonista.
Prolisso, a tratti ingenuo ma ciononostante costellato di immagini molto vivide e spunti originali, Birthgrave è il primo libro di una serie che proseguirà con Stormlord ed altri titoli melodrammatici. Forse non la cosa migliore di Tanith Lee, ma indubbiamente meritevole di una rilettura.

Ci siamo ormai allontanati – e molto – dai modelli originali, ed è il momento di chiamare sulla scena due autrici insospettabili: Marion Zimmer Bradley, per anni il simbolo stesso della fantascienza femminista per una certa fascia di pubblico, e C.J. Cherryh, paladina della fantascienza tecnologica e della space opera, ma anche frequente esploratrice dei territori del fantasy.

Il più importante romanzo del ciclo del pianeta Darkover, di Marion Zimmer Bradley, si intitola The Heritage of Hastur, e strizza quindi l’occhio all’immaginario di H.P. Lovecraft e Robert Chambers.
Molto più radicalmente femminista del lavoro della Norton, più complicato (e forse più noioso) del ciclo della McCaffrey, il lavoro della Bradley è anche più sessualmente esplicito e politicamente provocatorio, ma a ben guardare casca poco lontano dalle sue radici – ancora una volta abbiamo un mondo alieno colonizzato da Terrestri sul quale si manifestano “inspiegabilmente” poteri “magici”, che si scopriranno almeno inparte legati a fenomeni psionici ed ESP – una comoda stenografia pseudoscientifica per dire “magia mentale”.
Curiosamente, o forse no, molti dei titoli nell’opus della Bradley sono invecchiati male, specie se confrontati con le opere ben più datate della Norton o della McCaffrey; si tratterà forse dell’eccessiva violenza ideologica, che ha con gli anni perduto la sua giustificazione e la sua urgenza, sarà forse uno stile un po’ troppo ponderoso e prolisso.

Quasi agli antipodi dell’opera della Zimmer Bradley, e sviluppato negli stessi anni, è l’agghiacciante ciclo di Gor, del docente di filosofia americano John Norman.
Composto finora da ventinove romanzi, il ciclo si apre nel 1967 con Tarnsman of Gor, competente clone burroughsiano con il nostro eroe (un docente universitario – classico caso di wish-fulfillment) trapiantato su un pianeta (Gor, appunto) popolato di alieni strani e pericolosi, popoli barbarici variamente imparentati con culture umane, e schiave discinte, a dozzine.
Tuttavia, come i fan sono soliti far notare, dopo i primi titoli, improntati all’avventura planetaria più muscolare e classica, le storie di Norman si fecero “più filosofiche” – lasciando spazio ad un susseguirsi di fantasie sessuali basate sulla sistematica umiliazione e sull’abuso fisico e psicologico delle protagoniste femminili; un trattamento “necessario” allo scopo di portar loro a comprendere che la giusta ed armoniosa relazione fra uomo e donna prevede l’annientamento di quest’ultima, e la sua totale sottomissione.
E già questo sarebbe pericoloso, poiché come fece notare a suo tempo Michael Moorcock, questi libri finiscono in mano ad adolescenti (o a persone con l’età mentale degli adolescenti), che potrebbero prendere sul serio le tonnellate di ciarpame pseudo-psicologico sfornate da John Norman.
E di fatto ciò accade – la cultura goreana ha ampio spazio in rete, in Second Life e talvolta nella vita reale, come scoprirono nel maggio del 2006 gli agenti della polizia di Darlinghton (Gran Bretagna), quando fecero irruzione nella sede di un tempio goreano nel quale venivano abitualmente “addestrate” le schiave del gruppo – donne che apparentemente avevano fatto richiesta di tale trattamento “perché le donne hanno una tendenza alla sottomissione”, come spiega Norman, che è anche autore di Imaginative Sex, un manuale di pratiche sessuali per la coppia che volesse farlo “alla maniera di Gor”.

Uno dei molti titoli che contribuiscono a dare una pessima fama al fantastico, il ciclo di Gor rimane saldamente nella lista dei bestseller, e si calcola che esistano 25.000 “goreani” praticanti sul nostro pianeta.
Peggio, molto peggio di un’invasione aliena.
Certo, sarebbe bello se al professor Norman dovesse capitare di passare anche solo un quarto d’ora con una delle eroine della Bradley, o con una delle regine marziane di Leigh Bracket.
Tanto per aggiungere il complesso di castrazione al campionario delle meraviglie del pianeta Gor.

Fortunatamente, non tutti gli autori sono come John Norman.
Decisamente più disimpegnato, solidamente legato alla scuola di Unknown e comunque più maturo di certi altri titoli, per quanto costruito sullo stesso impianto narrativo fin qui descritto, è il ciclo dello Stregone suo Malgrado di Christopher Stasheff.
Ancora una volta un mondo alieno colonizzato dai terrestri, che questa volta hanno scelto coscientemente (o incoscientemente) una struttura feudale; ancora una volta un visitatore terrestre a metà strada tra lo scafato ed il disorientato; ancora una volta poteri magici che sono, scopriremo, l’effetto dellaparticolare suscettibilità di alcune forme di vita elementari del posto alle “onde mentali” dei terrestri.
Ma dove Marion Zimmer Bradley è schierata e feroce, o John Norman è deviato, Stasheff si dimostra disimpegnato e divertito, con un grande senso della compassione e – cosa più importante, per noi lettori – un ottimo senso del ritmo, e tesse una lunga, lunghissima serie di romanzi (non meno di venti) nei quali il protagonista – coadiuvato da un robot epilettico e da varia umanità – si troverà a dover affrontare tutto, dalle orde del Male agli invasori intestellari, fino ad una minaccia politica proveniente da un tempo diverso.
Stasheff, autore prolifico e piacevole alla lettura, si affacciò sui lidi nazionali negli anni del declino della Fantacollana della Nord, e da allora non è mai più stato pubblicato – una svista criminale.

Più o meno negli stessi anni in cui Stasheff trascina il planetary romance nei domini della commedia più beffarda, un altro autore insospettabile, Robert Silverberg, si cimenta col genere, producendo quella che da molti viene considerata la sua opera più matura e convincente – Il Castello di Lord Valentine.
Primo tomo delle poi forse troppo stiracchiate Cronache di Majipoor, ancora una volta la storia ci presenta un pianeta colonizzato da terrestri, popolato da una infinità di creature aliene, dominato da una monarchia assoluta che utilizza la superscienza per mantenere il controllo.
Riuscirà il povero Valentine, legittimo erede al trono, a riprendersi ciò che un usurpatore gli ha rubato? Il regno, il potere, il nome, il corpo…
Ovviamente sì – ma sarà una gran bella aventura per quanto i risultati siano scontati.

C.J. Cherryh, infine, ha al proprio attivo uno dei più soddisfacenti, maturi e solidi cicli di science-fantasy o planetary romance che dir si voglia mai pubblicati.
Nel ciclo di Morgaine, l’azione appare ingannevolmente vicina ai canoni del fantasy.
Il fuggitivo Ni Vanye i-Chia, guerriero senza padrone braccato da ogni nemico immaginabile commette l’errore di liberare dal luogo in cui è stata intrappolata per secoli la strega Morgaine.
Questa, reclamando antichi diritti di alleanza, lega l’uomo a sé come guardia del corpo, e si prepara a compiere la missione che la “maledizione” ha interrotto.
Perché Morgaine è in effetti l’ultima sopravvissuta di una unità speciale di esploratori spaziali la missione dei quali consisteva nel disabilitare la rete di cancelli interdimensionali (pensate a Stargate) sparsi per la galassia, onde evitare che l’abuso di questa tecnologia spazzi via la realtà.
Vagamente psicotica, assolutamente dedita alla propria missione e quanto più alienata possibile, Morgaine rimane un personaggio memorabile, e la sua avventura al fianco del confuso ma leale Vanye è una lettura entusiasmante.
La Nord pubblicò i primi tre romanzi di quella che è una tetralogia.
Buona caccia.