autori del nord america

Tutti gli articoli con tag autori del nord america

Massimo Citi ci parla dell’ultimo dei grandi, di Jack Vance che non ha mai smesso di stupire e che rimane una figura con cui confrontarsi quando si parla di fantascienza.

jack vance lurulu

Parlare di Jack Vance nel 2013, a ben 97 anni dalla sua data di nascita, ha qualcosa di strano.
Jack Vance quasi come Jules Verne, ovvero due autori che hanno accompagnato le mie letture fantascientifiche fin dalle origini.
Un autore per me importante e inevitabilmente molto amato, arrivando persino a perdonargli alcuni non piccolissimi difetti, come il sostegno alla guerra del Vietnam esplicitato con altri 72 autori di sf che firmarono un appello pubblicato dalle riviste «Galaxy» e «If» nel lontano 1968. Tra gli autori che lo firmarono c’erano comunque – parlando delle mie personali passioni letterarie – anche R.A.Lafferty e Jack Williamson e la firma di Vance mi parve un errore tipicamente americano, un rifiutarsi di ammettere in nome dell’amor di patria che la politica condotta era oltre che sanguinaria e pericolosa, anche assolutamente idiota.
Per la cronaca, comunque, gli autori contrari alla guerra del Vietnam risultarono prevalenti – 82 contro 72 – e fra loro si trovavano grandi scrittori come Dick, Farmer, Le Guin, Spinrad, Bradbury, Leiber, Delany, Ellison… Vinsero i buoni, in sostanza.

Continua a leggere

Andrea Viscusi recensisce per noi una trilogia che avrebbe meritato più attenzione sul nostro mercato, non fosse altro che per i temi trattati.

lucemillennio

Forse meno famoso di quanto meriterebbe, il ciclo dell’Età dell’oro (The Golden Age), è un ottimo esempio di saga moderna a metà tra la space opera e il postumanesimo. Composto nell’ordine da: L’età dell’oro, Phoenix, La luce del millennio (The Golden Age, The Phoenix Exultant, The Golden Transcendence), i tre libri sono stati pubblicati tra il 2002 e il 2003 da John Charles Wright, autore contemporeaneo non troppo prolifico che però ha creato questa e altre saghe interessanti.

Continua a leggere

Il nostro Andrea Viscusi ci presenta una trilogia dedicata a una Terra alternativa, frutto di un grande autore come Harry Harrison. L’articolo è già comparso in precedenza sul blog dell’autore.

Harry Harrison, scomparso nel 2012, è un autore non tanto conosciuto al grande pubblico italiano, il che è un peccato se si considera la sua lunga e prolifica carriera, che si estende dagli anni ’60 fino ai giorni nostri. Forse l’opera per cui è più noto è Largo! Largo!, che costituisce il romanzo sul quale è stato basato il film-culto 2022: I sopravvissuti (Soylent Green). Harrison si è dedicato spesso alla realizzazione di serie di racconti e romanzi, tra i quali le più famose sono quelle di Deathworld e del Ratto d’acciaio. Una saga molto interessante, pubblicata nel corso degli anni ’80, è la saga di Eden, meglio conosciuta in Italia come quella degli (o delle) Yilanè.

erayilane

Il ciclo è composto di tre romanzi: West of Eden, Winter in Eden e Return to Eden, da noi rispettivamente L’era degli Yilanè, Il nemico degli Yilanè e Scontro finale. La trilogia è ambientata in una Terra alternativa, ma definire la storia come un’ucronia è riduttivo. Infatti il punto di divergenza è davvero remoto: l’ipotesi di partenza dell’universo di Harrison è che l’asteroide che alla fine del mesozoico avrebbe colpito la Terra, provocando un’estinzione di massa di buona parte della fauna, non abbia mai raggiunto il nostro pianeta.

Continua a leggere

Diamo il benvenuto con questo post a un nuovo collaboratore, Francesco Omar Zamboni, che si presenta con un dittico di tutto rispetto su due romanzi molto amati dal pubblico. Welcome aboard Francesco!

CopHyperion1ALTA

Hyperion (Orig. id.)

  • 464 pagine
  • ISBN: 978-88-347-1815-5
  • Anno di pubblicazione: 2011
  • Editore: Fanucci
  • Traduttore: G.L. Staffilano

La Caduta di Hyperion (Orig. The Fall of Hyperion)

  • 560 pagine
  • ISBN: 978-88-347-1816-2
  • Anno di pubblicazione: 2011
  • Editore: Fanucci
  • Traduttore: G.L. Staffilano

In primis, chi c’è dall’altra parte delle lettere stampate che intessono l’arazzo dei due libri che ci accingiamo a recensire? Chi è questo Dan Simmons?

Potremmo tentare di inquadrarlo dicendo che è scrittore di fantascienza, di horror e di narrativa mainstream. Saremmo nel giusto e allo stesso tempo prenderemmo un granchio grande quanto un’astronave, questo perché ben pochi esponenti delle sopracitate categorie si troverebbero a proprio agio a confrontarsi con Simmons, in special modo riguardo alla quadrilogia di Hyperion (di cui, evidentemente, Hyperion e La Caduta di Hyperion costituiscono solo la prima parte). Una spacconata incensatoria? Neanche per sogno, qui non si sta provando a dire che Simmons sia il vertice fra gli scrittori di tutti questi tre generi, questo lo deciderete o meno leggendo le sue opere, ma piuttosto che il nostro risulta immancabilmente diverso da quasi tutti gli altri scrittori di fantascienza, di horror o mainstream: nel Ciclo di Hyperion Simmons è scrittore di fantascienza-horror-mainstream tutto allo stesso tempo, senza soluzione di continuità, non semplicemente narratore di fantascienza con una bella prosa o maestro della letteratura che confeziona un involucro fantasioso per il proprio estro.

Dan Simmons è scivoloso, una chimera che rifugge categorizzazioni troppo rigide, e così la sua opera. I primi due libri del Ciclo di Hyperion mostrano una compenetrazione organica e indissolubile tra l’anima fantascientifica, quella horror e quella squisitamente letteraria; eliminatene anche solo una delle tre e Hyperion non è più Hyperion. È come un gioco di pesi tarati alla perfezione, nessuna componente rischia di farsi stucchevole proprio perché ci sono le altre due.

  Continua a leggere

Il nostro collaboratore Giovanni Grotto ci ha segnalato questa iniziativa, ormai agli ultimi giorni di campagna, sul noto portale di crowdfunding Kickstarter. Di che si tratta? Di un libro, “Arena Mode“, un progetto particolare dove a una storia legata al mondo dei super eroi si lega la possibilità di ospitare tavole di alcuni artisti interessanti. Ma questo riguarda gli obiettivi che sono già stati finanziati.

arena mode

Il target di base per il libro era 6.500 dollari, da lì partiva una serie di altri obiettivi-bonus per finanziare la presenza dei disegnati. Tutti già finanziati, quindi raggiunti. Il totale al momento in cui scrivo queste righe è poco sopra i 23.400 dollari ed è rimasto un obiettivo, uno solo.

A quota 25.000 dollari c’è l’ultima chicca del progetto, il progetto di un gioco di ruolo legato all’ambientazione di questo libro. Il tutto a firma della brava Blake Northcott, una giovane autrice canadese che ha già dato prova di sè con due titoli ben piazzati nelle classifiche di Amazon (cfr. “Vs. Reality” del 2009 e “Relapse” nel 2012).

La campagna scade martedì 14 marzo, qui trovate il link della campagna.

Massimo Citi ricorda per noi un romanzo dalle vicende editoriali molto tormentate, si potrebbe dire in sintonia con il suo autore. L’articolo è apparso in precedenza su LN Libri Nuovi Out of Print.

pkdick a scanner darly

A Scanner Darkly di P.K.Dick ha avuto una lunga e complessa vicenda editoriale in Italia. Uscito una prima volta con il titolo Scrutare nel buio, edito dalla Nord nella gloriosa collana “Anticipazione” è andato esaurito una prima volta ed è virtualmente morto con la fine della collana. É stato ripubblicato alla fine degli anni ’80 dall’editore Cronopio, che successivamente ha cessato le pubblicazioni, fino ad approdare, dopo ben due morti, a Fanucci che l’ha ripubblicato quest’anno con il titolo Un Oscuro Scrutare, ossia con lo stesso titolo (e lo stesso traduttore) dell’edizione Cronopio.

A Scanner Darkly è stato scritto da Dick all’indomani del periodo di tossicodipendenza e di recupero in una comunità californiana ed è un formidabile romanzo sulla tossicodipendenza, una testimonianza del mondo visto “dall’altra riva”, quella dei tossico.

«... É un romanzo che riguarda alcune persone che sono state punite eccessivamente per quello che hanno fatto. » Scrive Dick nella nota al testo. « … Per un certo lasso di tempo noi tutti siamo stati davvero felici… ma questo lasso di tempo è stato terribilmente breve e la punizione che ne è seguita è stata al di là di ogni immaginazione.»

Il protagonista del romanzo Bob Arctor, agente della narcotici infiltrato nel mondo dei tossicodipendenti, è egli stesso vittima della dipendenza e gradualmente ne presenta i sintomi, dapprima la scissione e quindi la disintegrazione della personalità. La droga della quale fanno uso Arctor e gli altri personaggi è la sostanza M(orte), (SD nell’edizione originale), una droga di sintesi di produzione industriale. Il compito di Arctor e degli altri agenti della narcotici infiltrati nel mondo dei tossico e degli spaccia è quello di determinare quale sia la grande organizzazione industriale che la immette nel mercato.

L’ambiguità del protagonista e della sua missione finisce ben presto per sfumare nell’ambiguità della società nella quale si muove, un’America fortemente polarizzata da un punto di vista sociale – divisa tra «gente per bene» e «cervelli spappolati» – dai connotati autoritari e regolata da una fitta rete di comportamenti paranoidi.

pkd-A-Scanner-Darkly-1

A Bob Arctor (Fred per gli altri agenti) protetto da un anonimato tecnologico – la tuta disindividuante – viene ordinato di sorvegliare i comportamenti del tossicodipendente Bob Arctor, sospettato di essere l’anello di congiunzione tra lo spaccio di dimensioni medie e i grandi trafficanti. Ciò che assumerebbe sfumature paradossali in un altro autore in Dick diventa, per quanto assurdo, modo di indagine del mondo. Arctor, con il cervello minato dalla sostanza M diventa così il proprio guardiano, l’osservatore inchiodato davanti a un monitor che ritrasmette la vita del proprio sé fittizio.

Gradualmente la personalità di Arctor si scinde, si frantuma, si autoelide, preda di comportamenti antitetici. Il tessuto delle percezioni diviene incerto, i ricordi proliferano senza più poter essere catalogati come reali o irreali. La realtà finisce per collassare e Arctor accetta il destino di vittima della sostanza M, senza possibilità di recupero.

Viene ricoverato in un centro per la disintossicazione. Le sue emozioni sono divenute elementari. Non soffre perché la scissione con i suoi precedenti sé è divenuta completa. Ma qui l’attende l’ultima e più definitiva scoperta, la beffa che rovescia definitivamente il senso del suo mondo (e probabilmente almeno in parte del nostro).

A Scanner Darkly è uno dei romanzi più intensi e suggestivi di P.K.Dick: il racconto della vita inquieta e balbettante del piccolo gruppo di tossici del quale fa parte anche Arctor non ha nulla del romanticismo idiota e vagamente morboso con il quale spesso si ammantano le storie di droga. Dick racconta con apparente freddezza di persone che si sforzano di conservare i propri legami con la realtà, ne descrive le grandi e piccole meschinità, i rari momenti di allegria, l’aggressività, il costante senso di smarrimento che rende ogni loro gesto fragile ed unico.

Non è un romanzo che si riesca a dimenticare. L’ho letto per la prima volta a vent’anni e posso dire che non mi ha mai abbandonato. Davvero non è poco.

 NdR: abbiamo parlato di recente del film tratto da questo romanzo, una articolo che potete trovare qui.

 

Ci sono argomenti che sono più difficili di altri da affrontare, in particolar modo in una storia di fantascienza,e probabilmente il più difficile di tutti è il tema dell’olocausto.
Del resto come si può affrontare nella maniera giusta il tema dei campi di concentramento?
Ed esisterà poi una maniera giusta?
Chiunque abbia anche solo lontanamente letto Primo Levi sa di cosa parlo, e io per primo non mi vergogno ad ammettere che dopo la lettura di SE QUESTO E’ UN UOMO piangevo come un bambino.

C’è però uno scrittore Americano : Charles Coleman Finlay che non si è lasciato intimidire e nel 2009 sulle pagine della rivista Americana Fantasy & Science Fiction pubblica Political Prisoner un romanzo breve di nemmeno un centinaio di pagine.
E in questo centinaio di pagine sono condensate tutte le storture dei pogrom; della shoah e perfino dei gulag sovietici trasportati di peso nel futuro.

Quello di Finlay è un futuro sporco, violento e razzista, un futuro dove solo i furbi, i calcolatori e gli opportunisti possono fare fortuna. E Max Nikomedes, il protagonista della storia è il più furbo, il più calcolatore nonchè il più opportunista di tutti.
Però, proprio per questo all’inizio della storia Nikomedes, ex spia, ex militare; ex ufficiale del Servizio Segreto compie il peggior errore possibile per un uomo come lui: trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.

La storia comincia infatti sul lontano pianeta Jerusalem e Nikomedes si ritrova arrestato durante una lotta politica tra diverse fazioni dello stesso potere.
Al personaggio tutto questo non importerebbe, anzi gli interesserebbe semplicemente sopravvivere, come sempre del resto, ma ormai il protagonista risulta troppo legato alla fazione apparentemente perdente per potersela cavare, ben presto così si ritroverà prigioniero in un campo di lavoro assieme agli altri prigionieri politici, che Nikomedes disprezza. ma anche assieme ad un gruppo di Adariani, umani mutati con più clorofilla che sangue nelle vene, che tutti gli umani considerano sottosviluppati, quasi undermensh.

Eppure a fronte del tradimento dei consimili saranno proprio gli Adariani a fornire all’ex spia una ragione per vivere ed alla fine -perchè sì,PICCOLO SPOILER: ci sarà una sorta di lieto fine- Nikomedes non sarà diventato una persona migliore, no questo no.Perchè sarebbe troppo facile, troppo consolatorio ma trasformerà il suo pragmatismo sotto una luce più “umana,” la sua freddezza evolverà verso alvei più costruttivi.
In parole povere sarà proprio l’essersi sporcato e degradato a rendere Max Nikomedes più pulito, non una persona migliore dicevo, ma sicuramente una persona meno negativa di quanto fosse all’inizio.

Durante tutto PRIGIONIERO POLITICO i riferimenti a Levisi sprecano: all’interno del campo, ad esempio, sulla base della possibilità di resistere alle fatiche,i prigionieri vengono divisi in “nuotatori “ o in “annegati”.
PRIGIONIERO POLITICO però non è solo un romanzo “cerebrale”; Finlay dimostra di aver compreso bene la lezione della Fantascienza classica Statunitense e fa in modo di imbastire una solida trama avventurosa confezionandoci una narrazione che procede sempre spedita.
Lo scrittore impartisce poi, a seconda delle necessità della trama, sia colpi di sciabola che di fioretto ai suoi personaggi (e a noi lettori con loro) ma, mai in maniera gratuita.

In patria il romanzo breve è stato finalista sia al Premio Hugo che al Nebula mentre quì in Italia è stato tradotto dalla Delos nella collana Odissea Fantascienza, una delle pochissime collane di Fantascienza ancora presenti in Libreria.

Se avete voglia di approfondire (e se sarete fortunati) potreste ancora trovarlo dentro qualche Feltrinelli semisepolto tra vagonate di vampiri esistenzialisti e licantropi sdentati.
Chiudo con una considerazione personale… e magari terra terra, però credetemi mi piacerebbe vedere i tipi della Delos pubblicare, a parità di prezzo, anche romanzi più lunghi all’interno della Odissea

PRIGIONIERO POLITICO di Charles Coleman Finlay
Collana Odissea Fantascienza 41. Ed. Delosbooks
pagine 120. Euro 10,00

Il nostro Giuseppe Massari ricorda per noi la saga di Flash Gordon, eroe in grado attraversare l’immaginario degli appassionati da decenni.

 

Tra i fumetti di fantascienza più leggendari di tutti i tempi, un posto va riservato a Flash Gordon. Partorito dalla fantasia del disegnatore americano Alex Raymond, Gordon era il tipico eroe degli anni ’30, tutto d’un pezzo e votato al bene fino all’estremo sacrificio.


La trama è arcinota: la Terra è minacciata da un misterioso pianeta in rotta di collisione, il cui avvicinamento provoca cadute di meteore e cataclismi vari. Lo scienziato Hans Zarkhov pensa di poter salvare l’umanità lanciando un razzo contro il pianeta, ma le notti insonni trascorse in calcoli hanno minato le sue capacità di intendere e di volere. Quando Flash Gordon e Dale Arden, superstiti di un disastro aereo, scendono col paracadute vicino al laboratorio di Zarkhov, questi li costringe a partire con lui sul razzo per salvare il mondo. Il razzo precipita sul pianeta, abitato da creature di tutti i tipi e di tutti i generi, intelligenti e non.

Il pianeta si chiama Mongo, e il malvagio Ming è il tirannico imperatore di un simile crogiolo di razze, divise tra loro e incapaci di unirsi contro il tiranno. Qui iniziano le avventure del trio di umani, e Flash insegnerà ai vari popoli di Mongo i valori universali dell’umanità, grazie ai quali Ming verrà finalmente deposto dopo infinite vicissitudini. Oltre al crudele imperatore, altri protagonisti del fumetto sono il principe Barin, Re di Arboria, e la principessa Aura, figlia di Ming e poi sposa di Barin. Da un punto di vista fantascientifico, il fumetto non presenta valori particolari, e non si va oltre le solite astronavi (di foggia assai “baroccheggiante”), i soliti mostri, i soliti gadget.

L’eccezionalità di Gordon sta nella verve creativa di Alex Raymond, nelle sue trovate narrative e soprattutto iconografiche, che fanno di tale fumetto un autentico capolavoro visionario. Purtroppo Raymond passò la mano poco dopo il “ritorno” di Flash e dei suoi sulla Terra, e i disegnatori successivi non sono mai stati all’altezza (e, d’altra parte, chi avrebbe potuto?). Considerando inoltre che Raymond morì prematuramente poco tempo dopo, possiamo dire che il “vero” Gordon morì con lui.

Continua a leggere

Un classico degli anni ’70 a firma di un autore piuttosto maltrattato nel mercato italiano. Giovanni Grotto riporta l’attenzione su un libro di prim’ordine.

Siamo nel 2012, e non ce la stiamo passando molto bene. Non c’è di che sorprendersi, vista la devastante eruzione del vulcano Cotopaxi nel 1991: un cataclisma di proporzioni apocalittiche che ha oscurato i cieli per anni. A causa dell’oscurità prolungata molte nazioni sono cadute dopo scontri interni e crisi economiche sempre più gravi… ma non era ancora finita. Le Guerre Virali hanno sterminato milioni di persone e lasciato un simpatico regalo ai sopravvissuti: una mutazione permanente del DNA umano che causa emorragie e distrugge lentamente gli organi interni. Il mondo intero era nel caos, e serviva qualcuno che riportasse ordine.
Quel qualcuno è Gengis II Mao IV, presidente del Comitato Rivoluzionario Permanente e de facto dittatore supremo della Terra.
Gengis controlla le nazioni del globo, ormai totalmente disinteressate alla politica e più impegnate a sopravvivere, grazie ad appositi Comitati che seguono le direttive del CRP, sito nella metropoli più avanzata del pianeta: Ulan Bator.
Il dittatore governa con pugno di ferro grazie alla polizia e ai comitati, che eseguono ogni suo volere. Ma non può fare nulla contro il tempo. Gengis ha 93 anni, e nonostante continui a subire interventi per sostituire i suoi organi malandati, non può rigenerare le sue cellule cerebrali. Presto o tardi il signore supremo della Terra dovrà abbandonare il suo trono.
A meno che…

Continua a leggere

Pubblichiamo qui un estratto di un saggio di Massimo Citi (citato in apertura) per aprire il fronte steampunk nella nostra blogzine. Il brano contiene un intervento di Silvia Treves.

Nota: per un errore era stata diffusa una versione errata dell’articolo. Me ne scuso con l’interessato e con i lettori. (Angelo Benuzzi)

Fuori tempo massimo: lo steampunk (da “Morte e trasfigurazione del Cyberpunk”)

Steampunk, letteralmente “punk a vapore”. Denota un sottogenere del Cyberpunk, la cui caratteristica essenziale è quella di ambientare le vicende in epoca vittoriana, modificando o meno il quadro storico e obbligando personaggi serissimi e definitivamente consegnati alla storia (La Regina Vittoria, Lord Kelvin, Louis Agassiz, Charles Babbage ecc. ecc.) a folli pratiche e imprese invereconde.

Diversi autori di Cyber si sono cimentati nel genere con esiti generalmente positivi. Inutile tuttavia sottolineare che per sua stessa natura lo Steampunk implica un grado di conoscenza storico / letteraria della seconda metà dell’Ottocento che non è troppo comune. Questo non perché Defilippo, Tim Powers, J.Blaylock, K.W.Jeter e compagnia bella siano degli insopportabili snob ma perché una parte del piacere dei loro testi sta nella parodia, nella deformazione, nella citazione di personaggi e opere.

Vi è un tratto caratteristico dello Steampunk che trovo particolarmente felice. Nel reinventare alla perfezione l’epoca Vittoriana (scelta perché costituisce l’alba dell’industrializzazione moderna, quindi anche il locus dal quale dipanare eventi alternativi) gli autori Steampunk uniscono felicemente realtà e fantasmi letterari. Conseguentemente un Dracula che arriva al cospetto della Regina Vittoria è assolutamente normale, come è normale incontrare il Dottor Frankenstein a una conferenza alla Royal Academy o incontrare Sherlock Holmes a un concerto della Royal Philarmonic.

Confesso che questo genere di contaminazioni mi regalano il piacere un po’ infantile di poter leggere frammenti e scampoli di storie di personaggi che mi sono cari come fratelli e amici, senza dovermi preoccupare di verificare quanto sono simili a quelli immaginati dall’autore originale. Si tratta di un metaverso tutto letterario/storico, un’Irrealtà Virtuale ingombra di pratiche tecnico- scientifiche semidimenticate, di illusioni grandiose sulla natura del mondo, di un positivismo pasticcione e generoso che determina immancabilmente qualche catastrofe, un mondo che seduce e regala un piacere intenso anche se un po’ malinconico.

kwjeter-infernal devices

Per gli amanti del genere che sospetto essere, perlomeno in Italia, non fittissima scarsa schiera, segnalo l’esistenza di un divertentissimo romanzo di K.W. Jeter, Le macchine infernali, Mondadori Urania n° 1335. Protagonista un orologiaio londinese, erede di ben più degno padre, che vivacchia, nella Londra vittoriana, dei resti del genio paterno. Questo perlomeno finchè non incontra sulla sua strada un misterioso individuo dalla pelle nera e lucida, un impresario circense senza scrupoli, la sua equivoca compagna, la signorina McThane, e il folle Lord Bendray con la sua Armonica del Cataclisma.

 

Così il povero George Downer si trova costretto ad assumere gli scomodi panni del salvatore della Terra, cercando di sopravvivere alla minaccia di ibridi ittio-umani che ricordano molto i simpatici mostri marini de la Maschera di Innmouth di H.P. Lovecraft, a scienziati pazzi, automi impazziti e fondamentalisti religioni di opposte confessioni.

C’è di tutto nel romanzo di Jeter, basta cercare con attenzione. Vi si possono ritrovare, egregiamente reinterpretati, tutti gli stilemi del romanzo d’avventura à la Jules Verne, del racconto gotico e della novella di anticipazione nella sua accezione pre-americana e pre-FS. Letteralmente un piccolo gioiello, peraltro tradotto con colpevolissimo ritardo in Italia (l’edizione originale è del 1987) e confinato in una collana per edicole (la lingua batte…)

Cercatelo. Ne vale la pena.

L’antologia di Paul Di Filippo pubblicata dalla Nord nella collana Argento porta il titolo definitivo di Steampunk. Raccoglie tre racconti lunghi: Vittoria, Il feticcio rubato, Walt ed Emily.

Il primo è la storia della scomparsa della Regina Vittoria giovane, sulle cui tracce si gettano William Lamb, secondo visconte di Melbourne, primo ministro dell’Impero e lo scienziato Cosmo Cowperthwait aiutato dal suo servitore yankee, Nails (Unghie) McGroaty. A sostituire sul trono la Regina Vittoria Cowperthwait “presta” a Lord Melbourne Vittoria, un ibrido umanoide ottenuto dal trapianto di cellule umane in una tritona (o qualcosa del genere).

Senonchè la giovane Vittoria – l’umanoide – è una creatura non solo dolce e affettuosa ma anche, per un’inattesa conseguenza dell’esperimento, un’assatanata sessualmente insaziabile.

La regina Vittoria viene poi ritrovata, ma nel frattempo il povero Lord Melbourne, amante della giovane regina, si trova a sperimentare personalmente la furia erotica dell’inconsueto mostro di Frankenstein prodotto da Cosmo Cowperthwait.

Il secondo racconto, il più lungo, ha per protagonista Louis Agassiz, l’ultimo dei grandi naturalisti antievoluzionisti (nonchè convinto razzista) ed è una geniale sarabanda ricalcata sul miglior Chesterton, che vede tra i protagonisti e comprimari la figlia della Venere Ottentotta, H.P.Lovecraft e il suo amato mostro marino, Dagon.

Nell’ultimo racconto i protagonisti sono Walt Whitman e Emily Dickinson, coinvolti in un un tentativo di raggiungere il regno dei morti per mezzo della sostanza ectoplastica prodotta da una medium.

Accanto al registro parodistico se ne coglie qui uno malinconico ed elegiaco, evidentemente ispirato all’affetto per i due grandi poeti che Di Filippo ha scelto come protagonisti.

Whitman e la Dickinson si conoscono e giungono ad amarsi, ma poi lei sceglie di restare fedele a se stessa:

 

“…Per ogni ora amata/ dura elemosina di anni / centesimi amaramente disputati / e Scrigni pieni di Lacrime…” Scrive la Dickinson al termine della sua avventura a testimoniare che il racconto è anche biografia fantastica e tributo d’amore.

Un libro sinceramente consigliabile anche per chi non legge abitualmente SF: sorprendente, buffo, inesauribile.

 

Ultimo libro del carniere Il Diario segreto di Phileas Fogg, di Philip Josè Farmer, uscito in edizione originale nel 1973, pubblicato una prima volta in Urania nel 1990 e ristampato nei Classici Urania, con la traduzione di Riccardo Valla.

P.J. Farmer, oltre che l’autore de Il Ciclo del Fiume (Riverworld) – un colossale e ambizioso pastiche storico-letterario-mistico-FS, che vanta tra i protagonisti Sam Clemens (Mark Twain), Hermann Goering, Alice Liddell di Alice nel paese della Meraviglie e Richard Francis Burton, esploratore e primo traduttore in lingua inglese delle Mille e Una notte – viene tuttora celebrato per aver pubblicato il primo romanzo breve di sf nel quale vi fosse sesso esplicito (Un amore a Siddo) e per il suo gusto scatenato per le contaminazioni, le riletture, le parodie letterarie.

Il diario segreto di Phileas Fogg, ovvero ciò che Jules Verne non poteva sapere del suo personaggio, è un eccellente esempio del talento malsano di Farmer nello scombinare le carte altrui, riunendo in un unico romanzo un personaggio letteralmente proverbiale come Phileas Fogg e un vero mito letterario come il Capitano Nemo e rendendoli, per ragioni di plot, acerrimi nemici, esponenti di due razze aliene che da tempo immemorabile utilizzano la Terra come teatro dei loro scontri.

Scritto in forma di chiosa al testo di Verne, del quale riprende alcuni passaggi, il diario segreto spiega talune contraddizioni del testo originale, illustra ciò che Verne non riferiva, approfondisce il personaggio dell’Ispettore Fix donandogli imprevedibili sfaccettature umane e termina con un’allusione alle ulteriori imprese del Capitano Nemo che, sconfitto, assumerà il nome di Moriarty, ossia « colui che Watson chiama James Moriarty.»

Venato di affettuoso umorismo e animato da un ritmo degno di G.K. Chesterton il Diario Segreto è un testo precursore del genere Steampunk, affermatosi più avanti. Ma oltre a questo è anche il compagno ideale per un viaggio in treno o per una tranquilla serata a casa. Non una cosa da poco, per un libro.

E adesso, dal momento che Silvia Treves si è incapricciato del genere (e la colpa è anche mia), mi tocca ospitare un suo intervento su un altro titolo steampunk.

Questo è un (modesto) contributo alla rubrica, in un certo senso commissionato da Massimo: il libro che segue è stato un suo regalo.

J.P. Blaylock è uno steampunker made in USA. Di lui avevo già letto un racconto breve e delicato, Draghi di carta, che conteneva in nuce molti suoi temi peculiari: la scienza positivista e accademica alle prese con fenomeni che esorbitano la sua capacità di spiegare, scienziati affiliati a società segrete che indagano in direzioni inaccettabili, l’unione feconda di gioco e indagine scientifica.

In questo Homunculus tutti questi ingredienti si mescolano felicemente con il feuilleton, la narrativa d’avventura e il romanzo psicologico di epoca vittoriana. L’azione si svolge in una Londra alla Dickens, dove alla vita ordinata dei quartieri borghesi, dell’Accademia delle Scienze, dei benestanti fa da contraltare l’esistenza grama degli abitanti dei bassifondi e, fra loro, di criminali, affiliati a sette segrete, studiosi dalle pratiche negromantiche. I buoni e i cattivi sono quelli del romanzo d’appendice: giovani onesti privati di nome e ricchezze, umili che riscattano col coraggio una vita miserevole, fanciulle concupite da malvagi e rapite alla famiglia, eroi che mettono esperienza e valore al servizio della giusta causa, domestici devoti, scienziati-stregoni, miliardari depravati che vampirizzano il proletariato, studiosi solitari e misantropi alla ricerca del potere.

Ma poichè questo è un delizioso pastiche, i buoni sono tutti membri di un club che promuove i voli spaziali, i devoti domestici sono colti ed eleganti, gli umili leggono testi di filosofia alla luce dei lampioni a gas e lo studioso misantropo è affetto da un’acne devastante che lo conduce alla rovina. Il testo ha pagine esilaranti, come quelle in cui, col passo accelerato di Chesterton, il laboratorio dello scienziato buono viene distrutto e la sua nave spaziale, fatta decollare accidentalmente, si alza nei cieli della campagna inglese per schiantarsi contro il granaio di Lord Kelvin (personaggio anche di “La macchina di Lord Kelvin” – Urania 1994), sotto gli occhi stupefatti dei villici pronti a dare la caccia al “maledetto ‘lieno”.*

I difetti, però, non sono lievi. Il testo è dispersivo, a tratti prolisso, come se l’autore avesse esplorato varie possibilità senza privilegiarne alcuna. Ridotto di un terzo, il romanzo ne avrebbe sicuramente guadagnato. Il vero problema, però, è lo stile. La scelta di Blaylock di imitare il Dickens più ampolloso avrebbe anche potuto essere divertente e accentuare l’effetto straniante della narrazione. Ma l’esito non è felice e il lettore inciampa troppo spesso in frasi contorte e treni di aggettivi trascinati da sostantivi inadeguati.

Sullo stile nutrivo molte perplessità, perché Draghi di carta non era affatto faticoso da leggere. Poi, dopo aver gustato alcune scorrevolissime pagine de La macchina di Lord Kelvin, ho avuto la mia agnizione. Giro quindi ogni domanda in proposito a Valeria Reggi e Gino Scatasta, traduttori del testo di Bompiani ma non di quello di Urania.

Nota di redazione: abbiamo recensito la trilogia steampunk di Paul Di Filippo (qui), il romanzo “Le porte di Anubis” di Tim Powers (qui) e infine pubblicato un’intervista a J.P. Blaylock (qui); buona lettura!