Clark Ashton Smith

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Quando Jack Vance irruppe sulla scena, nel 1950, con l’esile ma impressionante The Dying Earth, lettori e critici rimasero a tal punto sorpresi dalle capacità dimostrate dall’autore pressocché esordiente,che molti si convinsero che Jack Vance fosse solo uno degli pseudonimi di Henry Kuttner.
Ma non era così.

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7 . Per fortuna che c’è Jack Vance.

951749Il futuro remoto, descritto con i toni e la sensibilità del planetary romance è la ribalta per l’esordio di Jack Vance, forse il più grande stilista che la fantascienza ed ilfantasy abbiano conosciuto.
Con l’esile The Dying Earth, Vance esplode sul mercato negli anni ’40 – e molti sono convinti che si tratti di Henry Kuttner sotto mentite spoglie.
La Terra Morente di Vance è il classico luogo della science fantasy: tra eoni incommensurabili, la Terra gravita torpida attorno ad un sole rossastro, una debole fiaccola cremisi e indolente; la popolazione, sospesa tra un medioevo picaresco e una superscienza opportunamente indistinguibile dalla magia, lungi dal trascinare i propri ultimi giorni nell’apatia o nella disperazione, si abbandona alla ricerca dell’eccentrico, dell’istantaneamente gratificante, del bello e del piacevole – gli ultimi giorni della Terra sono un lungo ballo in maschera popolato da cialtroni.
Senza contare naturalmente pelgrani e deodandi cannibali, e l’occasionale sandestino di passaggio.
Costellato di città che attendono pigramente la fine e da relitti incomprensibili di antiche tecnologie, attraversato da avventurieri cinici e sardonici, stregoni verbosi in grado di trascendere lo spazio ed il tempo, demoni dai mondi inferiori, e quant’altro, il mondo della Terra Morente è un luogo in cui gran parte dell’azione è futile – poiché cosa potrebbe avere importanza se il mondo è ormai nei suoi ultimi momenti di vita.
Gli improbabili eroi di Vance combattono l’ennui e intraprendono le proprie avventure e le proprie quest con l’allegria della vacanza, animati da egocentrismo, arroganza, avidità, desiderio di vendetto o desiderio di conoscenza.

Ispirato ai lavori di C.A. Smith – ed allo straordinario ciclo di Zothique in particolare – il ciclo della Terra Morente comprende due collezioni di racconti e due romanzi.
Raffinato, elegante, scritto benissimo con un perfido gusto dell’ironia, il ciclo oscilla tra il capolavoro e la boutade, l’arabesco e la cineseria, la storiella amoralmente morale e la storia ricorsiva.
È fantasy?
È fantascienza?
Ha davvero importanza?

seglgIl lavoro di Vance costituisce la definizione tassonomica di un sottogenere peculiare e difficilmente classificabile, nel quale ricadono il già citato Zothique di C.A. Smith ma anche la Urth di Gene Wolfe del ciclo del Torturatore.
Oggi considerato probabilmente “troppo difficile” dai nostri editori, e per questo latitante sui nostri scaffali.
Criminalmente.
Nel caso di Wolfe, autore responsabile da solo del mantenimento in vita della science-fantasy letteraria negli anni ’80 e ’90, il ciclo del Nuovo Sole è forse più vicino al planetary romance che alla science fantasy conclamata, ma a riguardo la giuria non si è ancora espressa.
Certo, il mondo di Urth è descritto nei suoi dettagli più fini ed è per molti versi il protagonista della narrazione – la curiosità di scoprire di più sul mondo è ciò che ci spinge spesso ad andare avanti.
Resta all’odierno pubblico disorientato il dubbio che il Ciclo del Nuovo Sole non sia esattamente fantascienza. Potrebbe anche essere fantasy.
O più semplicemente è un planetary romance che si svolge sulla Terra…

3675666905_19f3eae64aE carico di un’ironia al vetriolo – che normalmente sfugge ai lettori – è pure il ciclo post-apocalittico di Michael Moorcock dedicato a Dorian Hawkmoon, anche noto come Ciclo della Bacchetta Magica.
Un secolo di guerre ha lasciato il pianeta nelle mani rapaci del perversissimo impero di Granbretan, nel quale tutti gli abitanti indossano maschere animalesche per nascondere e rivelare la propria natura. L’america è degenerata e parzialmente glaciata, e chissà cosa succede in Russiakommunista. Brandelli di resistenza si raccolgono in Kamarg (nel sud di ciò che era la Francia) e nelle province tedesche.
E da Colonia arriva il biondo eroe Hawkmoon, che a pagina dodici del primo romanzo si ritrova con un parassita alieno piantato in fronte – e da lì in avanti è tutta discesa, tra l’unico gigante dei Carpazi affetto da nanismo, navi da guerra con i nomi dei Beatles, mistici artici e duelli a colpi di lanciafiamme.
Scritto in un mese (o così sostiene l’autore) e dedicato con gratitudine ai creditori, il ciclo di Hawkmoon si inserisce nel 43_2Multiverso moorcockiano con uno sberleffo che è un alito d’aria fresca dopo la seriosità delle storie di Elric.
Una seconda serie (il ciclo di Count Brass) proseguirà le avventure di Hawkmoon – ora libero dello scarafo spaziale ma comunque perseguitato da innumerevoli nemici – ma prenderà una piega vagamente più seriosa, rimettendoci, almeno in parte, in freschezza.

E su di una Terra post-apocalittica e medioevalizzata si svolge pure quello che rimane il migliore – e forse l’unico – esempio di science fantasy italiana ad alto profilo, quel Balthis l’Avventuriera, premiato collage di racconti di Gianluigi Zuddas che rimane a nostro parere la sua uscita più valida.
La raccolta vinse un meritato Premio europa, e rappresenta in effetti una via europea ed italiana alla science fantasy.