Glen Cook
Passage at arms (1985)
Popular Library
pp. 256
ISBN 978-0445200067
Link su Amazon.com
Quarta di copertina (da Amazon.com)
The ongoing war between Humanity and the Ulat is a battle of attrition that humanity is unfortunately losing. However, humans have the advantage of trans-hyperdrive technology, which allows their climber fleet, under very narrow and strenuous conditions, to pass through space almost undetectable. Passage at Arms tells the intimate, detailed and harrowing story of a climber crew and its captain during a critical juncture of the war. Cook combines speculative technology with a canny and realistic portrait of men at war and the stresses they face in combat. Passage at Arms is one of the classic novels of military science fiction.
Recensione flash.
Se gradite il lato militare della SF e volete immergervi in una vicenda bellica realistica, avete trovato il romanzo giusto. Tensione alle stelle, la percezione costante del pericolo e un nemico implacabile. Qualche difetto nella narrazione ma il libro è di quelli da non perdere.
Voto: 07,50 / 10,00.
La recensione secondo Davide Mana (*)
Leggo Glen Cook da molti anni – da quando scoprii le storie della Black Company, paperback con copertine un po’ pacchiane, che nascondevano un fantasy diverso da qualsiasi altra cosa avessi letto fino a quel momento.
Ma Glen Cook non è solo un autore di apprezzati cicli fantasy (la Black Company, il Dread Empire, i Garrett Files, le Instrumentalities of the Night, e poi i romanzi stand-alone); l’autore americano ha anche una lunga militanza in ambito fantascientifico, ed una serie di romanzi (il ciclo Starfishers) che prende le mosse da un titolo che ha del leggendario – Passage at Arms.
Fantascienza militare.
Ora la fantascienza militare mi attira moderatamente.
Un po’ per i contenuti, ok, ma forse, ancora una volta, potrei dire che sono i fan della fantascienza militare, che di solito mi inquietano.
Tuttavia le guerre contro alieni assortiti sono un classico che è nato col genere (H.G. Wells, anyone?), e sulla quantità si trovano letture divertenti.
Poi, meglio Dominic Flandry che Honor Harrington, per quel che mi concerne, meglio Retief che i romanzi di John Ringo…
Trovo fastidioso quando i romanzi prendono un taglio propagandistico – come se raccontandomi la guerra contro gli aracnidi venuti da Zeta Reticuli cercassero di fatto di farmi arruolare nei Marines… e la propaganda troppo plateale (sì, sto guardando lei, mr Weber!), mi porta a chiudere il libro prima della fine.
Ma ci sono delle eccezioni piacevoli.
E così veniamo a Passage at Arms, romanzo di Glen Cook pubblicato originariamente nel 1985 e che, come si diceva, è estremamente famoso.
Di cosa si tratta?
C’è una guerra in corso fra l’umanità e gli Ulant (sono alti, blu, con le antenne).
Si tratta di una guerra di attrito, con un fronte vastissimo e nel quale gli Ulant paiono avere il vantaggio dei numeri, e della tecnologia.
Ma gli umani hanno i “Climber”, navi spaziali modificate per sfruttare un complicato fenomeno quantico che permette loro di scomparire dagli schermi nemici.
Sottomarini spaziali, a tutti gli effetti.
Il romanzo (che non arriva a 300 pagine nell’edizione mass market) analizza una unica missione del Climber numero 9, attraverso gli occhi di un giornalista aggregato all’unità.
La storia di alcune decine di uomini e un gatto, rinchiusi in un cilindro cieco e sparati nel nulla a tendere agguati a navi che hanno la sola funzione di distruggerli.
E il romanzo ha il taglio di un ideale diario del giornalista senza nome, che entra a far parte della ciurma e scopre poco a poco il carattere e la personalità dei compagni, l’orrore di vivere accatastati in un ambiente esiguo, senza l’opzione di tute spaziali o scialuppe, in uno stato di tensione crescente.
Tensione crescente e spazio esiguo sono i due motori dell’azione.
Autore estremamente sofisticato e ingannevolmente “semplice”, Cook conduce con estrema perizia la narrativa – per cui attraverso gli occhi del narratore acquisiamo progressivamente informazioni sui diversi personaggi, sull’universo, sulla tecnologia.
Dialoghi, scambi di battute, pettegolezzi…
E intanto sentiamo crescere la pressione, sentiamo il pericolo e la tensione, l’attrito fra personalità, l’aria maleodorante, le razioni ridotte, i turni massacranti.
Non ci sono grandi battaglie spaziali, vaste flotte che si scontrano, complesse strategie tridimensionali, sofisticati giochi e depistaggi del nemico.
E non c’è bisogno che ci siano.
Si arriva ad un punto in cui la claustrofobia ci coglie, e la situazione precipita – ed è il segno che Cook ha fatto benissimo il proprio lavoro.
Un lavoro che è soprattutto svolto sul linguaggio – che si adatta al crescere della tensione, divenendo via via più essenziale, scarno, diretto.
Un eccellente esempio di una semplice, onesta tecnica narrativa che riesce a diventare uno stile.
Una bella scoperta, che merita la fama di cui gode, che si legge in tre serate e che si ricorda a lungo.
E che invoglia a procurarsi altri volumi di Glen Cook.
(*) originariamente apparsa sul blog “strategie evolutive”
La recensione secondo Angelo Benuzzi.
L’umanità è in guerra. Durante la nostra espansione nella galassia abbiamo incontrato un’altra specie intelligente, gli Ulant, che hanno deciso di attaccarci. Il conflitto è su larghissima scala e il meglio che si può dire è che stiamo resistendo dopo aver ceduto numerosi pianeti. L’unico vantaggio tattico che abbiamo nello spazio è la flotta di “Climber”, astronavi in grado di colpire la flotta nemica con modalità che ricordano quelle dei sommergibili. Per ragioni a metà tra il giornalismo e le esigenze di propaganda su una di queste navi viene imbarcato un giornalista con il compito di documentare per il pubblico le azioni di queste unità.
Questo è il quadro di partenza di un romanzo notevole, le coordinate per una narrazione che sposa i richiami al passato (pensate a tutti i libri e i film sui sommergibili della WWII) con la prospettiva di un conflitto da space opera (anche qui precedenti innumerevoli). La prospettiva fornita da un giornalista “embedded”, figura costante nelle guerre moderne, aggiunge alle tensioni di un equipaggio in missione di guerra la figura dell’esterno, dell’uomo dispari che deve conquistarsi il rispetto e la collaborazione di tutti. Binari narrativi paralleli quindi, uno più legato ai fatti cioè alla missione del Climber, il secondo più psicologico che mostra le strutture e le relazioni di un gruppo chiuso nel corso di una missione difficilissima.
Non mancano i passaggi meno convincenti nella narrazione. Gli antagonisti, gli Ulant, rimangono figure di sfondo sia per l’abitudine dell’equipaggio di riferirsi in maniera impersonale nei loro confronti sia per una precisa scelta dello scrittore che preferisce centrare il libro sul lato umano della conflitto. La necessità di spiegare in qualche modo gli eventi porta a un bel numero di infodump, a volte snocciolati in maniera troppo ravvicinata per poter mantenere il ritmo della narrazione. L’epilogo, inteso come capitolo finale, lascia qualche filo sparso di troppo rispetto alla trama.
La forza di questo romanzo sono gli uomini dell’equipaggio del Climber. Veterani e pivelli, tutti portati all’attenzione del lettore con rara capacità di descrizione, ognuno con la sua personalità, le sue manie, le sue paure e le risorse per affrontare un servizio tanto duro. Risulta quindi facile al lettore il coinvolgimento nelle vicende narrate, il prendersi a cuore la salvezza di questo pugno di vite nello spazio. Il fatto che la voce narrante del libro sia quella del giornalista permette di giocare il punto di vista dell’esterno, del maverick in un branco che ha un suo linguaggio, i suoi riti di iniziazione, le sue superstizioni.
Nota finale.
Libro consigliato, purtroppo non ne esiste la traduzione italiana, così come non esistono edizioni italiane dei lavori di Glen Cook. Non risultano neppure opzioni sui diritti.






Vuoi linkarci sul tuo sito o sul tuo blog?
Puoi farlo scegliendo uno dei nostri banner personalizzati!