Cyberpunk

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Copertina HELOTS

Fabio Brusa

Helots – la speranza del Firewalker (2013)

Edizioni Il Ciliegio

pp. 236 – Euro 16,00

Sinossi (dal  sito dell’editore).

In un futuro non tanto lontano, carico di contraddizioni sociali e culturali, dominato da poche grandi multinazionali, le Corporazioni, la società è più che mai divisa in classi, dove i livelli inferiori son stati sempre più schiacciati da quelli superiori. Schiavi e reietti rappresentano il risultato della decadenza di ogni morale, in una civiltà che dà più importanza al denaro e agli ideali personali rispetto alla vita umana.

Una grande corporazione tecnologica, la Intex, ha portato a termine un progetto dal nome “Progetto VITA”, con il quale ha costruito il primo androide senziente nella storia dell’umanità. Questa “macchina vivente” viene presentata a una conferenza segreta, ma quella stessa notte i dirigenti della Intex vengono assassinati e il progetto rubato. Drew, un giovane schiavo dalle incredibili capacità, riesce a trarre in salvo alcune persone dalla mattanza e, insieme a una piccola squadra di ex militari, trova rifugio in mezzo alla feccia della società.
Riusciranno a impedire che l’androide venga trasformato in un’arma mortale?
HELOTS - La speranza del Firewalker è una storia sviluppata su due romanzi, ambientata in un futuro prossimo e nel quale le vicende principali hanno luogo in una Londra di un anno imprecisato. E’ un’avventura sci-fi, che riprende elementi caratteristici di autori del genere degli anni passati per  collegarli, spingerli ed integrarli in prospettiva di fantascienza giovane.

Con questo articolo fa il suo esordio sulla nostra blogzine Antonio Monteleone, un appassionato che ha deciso di fare un passo avanti e unirsi a noi nella diffusione della cultura del fantastico. Benvenuto!  

Analisi di Akira di Katsuhiro Ōtomo (1988)

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Scrivere un articolo su Akira è un’impresa assai complessa. Sono destinato al fallimento mentre tento di ridurre l’intricata interrelazione esegetica dell’opera a componenti uniche e chiare. Questo processo utile ad una recensione risulta vano quando si ha a che fare con questo capolavoro contemporaneo: Akira si basa su una struttura narrativa, simbolica, storica e sociale, che attinge alla filosofia metafisica e alla fisica vera e propria. Il transumanesimo è la colonna portante dell’opera, mai trattato in maniera banale, che strizza l’occhio al genere cyberpunk. Abbiano pazienza i lettori di questo lungo post, ma credo ne valga davvero la pena. Prima qualche piccola informazione utile.

Il creatore di Akira è Katsuhiro Ōtomo, fumettista noto inizialmente in Giappone per opere come Fireball (1979) e Domu (1982). Nel 1982 si dedicò alla serializzazione del fumetto Akira, la cui conclusione è stata pubblicata nel 1990. Otomo fu anche il regista del film che, avrete notato, uscì nelle sale Giapponesi prima della conclusione del fumetto, mostrando parte dello svolgimento e finale diversi, compreso una variazione dell’arco temporale nel quale si svolge la storia (assai più breve nel film), nonché un numero di personaggi inferiore rispetto alla controparte a fumetti.

Trama [CONTIENE SPOILER]

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Una generale disamina della trama può tracciare lo svolgersi delle due opere conservando il messaggio che l’autore ci ha voluto trasmettere (il finale descritto è quello del film). Neo-Tokyo, anno 2019: la metropoli nipponica riprende la sua caotica vita dopo essere stata quasi annientata da un attacco nucleare che, anni prima, aveva distrutto quasi tutta la città.

In questo scenario post-apocalittico la società del Sol Levante sembra scossa da una profonda crisi interna: ai quartieri altolocati della città si affiancano zone alla deriva tra crimine e povertà. In questo ambiente numerose bande di giovani mototeppisti vivono la furia della loro precaria condizione tra vandalismi e faide tra clan. Uno di questi è capeggiato da Kaneda, un ragazzo estremamente sicuro di sé, alla guida di una sfolgorante moto da corsa dal colore rosso fuoco. Durante uno scontro con un altro clan, Kaneda è il suo gruppo si imbattono in forze militari alla ricerca di uno strano bambino dal volto deformato da una vecchiaia precoce.

Il bambino intanto incontra Tetsuo, il più piccolo tra i ragazzi della gang di Kaneda, spesso ritenuto inferiore e preso in giro dai suoi stessi compagni. Il contatto tra i due viene notato dai militari che decidono di prelevare Tetsuo per sottoporlo ad esperimenti riguardanti il fantomatico Progetto Akira. Sebbene Kaneda provi a salvarlo, nulla può di fronte alla superiorità di un’intera squadra militare. Gli esperimenti intanto sembrano avere successo su Tetsuo; più avanti egli perderà il controllo dei terribili poteri telecinetici, ogni giorno che passa più potenti.

Kaneda cercherà in tutti i modi di salvarlo, arrivando a cooperare con un gruppo di terroristi ribelli che tentano di scoprire cosa nasconde il misterioso Progetto Akira, probabilmente implicato nell’attacco nucleare che sconvolse il paese anni prima, segreto tenuto nascosto al governo giapponese. La situazione degenera quando Tetsuo, ormai consapevole dei suoi illimitati poteri, decide di fuggire dall’ospedale dell’esercito per raggiungere il luogo in cui è tenuto nascosto Akira. Ormai fuori controllo, Tetsuo rifiuta l’aiuto di Kaneda, memore della gelosia che da sempre prova per l’amico, considerato un rivale e nemico. Una volta fuggito, Tetsuo si mostra in pubblico, trascinando con se una folla di fanatici e disperati, vittime delle precarie condizioni delle classi sociali inferiori, che vedono in lui un nuovo dio: Akira.

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Arrivato nel luogo dove “il Progetto” è tenuto nascosto, Tetsuo scopre l’incredibile verità: Akira era un ragazzo come lui, sottoposto ad esperimenti segreti ad opera del governo giapponese per scopi bellici. Dotato dei suoi stessi poteri, ha travalicato l’essenza della condizione umana e, tramutatosi in essere di pura luce e energia incontrollabile, ha causato l’esplosione nucleare che ha distrutto Tokyo. Di lui restano soltanto i suoi organi conservati dagli scienziati nella speranza di carpire i segreti della sua metamorfosi distruttiva.

Kaneda arriva troppo tardi nel tentativo di bloccare il suo amico: Tetsuo perde totalmente il controllo, assorbendo materia inorganica tutto intorno a lui e tramutando il suo corpo in una condizione “mostruosa”, con il rischio di causare un nuovo eccidio come quello ad opera di Akira anni prima. L’esplosione è inevitabile, ma contenuta grazie il ritorno di Akira, che riesce ad annullare la forza di Tetsuo, scomparendo assieme a lui.

Gli ingredienti ci sono tutti: il fascino del mistero per il Progetto Akira, intrighi politici, lotta di classe e fanatismi religiosi. Otomo riesce a collocare la sua opera in una dimensione critica dall’impatto impressionante.

L’eredità storica giapponese

Vi invito a considerare due elementi della trama che necessitano di una contestualizzazione storica: la tematica della Terza Guerra Mondiale e il terrore per un conflitto atomico. Non siamo ancora così distanti dalla triste eredità nipponica di Hiroshima e Nagasaki. Il Giappone è stato l’unico Paese ad aver percepito con tale intensità il pericolo degli ordigni atomici, pericolo la cui ombra era riflessa nell’incessante Guerra Fredda. Come Otomo molti altri mangaka  sono stati fortemente influenzati da questa tematica (basti ricordare Tiger-Mask o Hokuto no Ken). Altro aspetto presente nell’immaginario collettivo nipponico sono le bande di mototeppisti, una piaga assai diffusa all’epoca, e ancora oggi ne possiamo notare i richiami (basti ricordare che in Great Teacher Onizuka il protagonista era un ex feroce mototeppista).

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Film e fumetto: le contaminazioni

Oltre la trama, vorrei sottolineare le particolarità del fumetto e del film, prodotti di grande qualità visiva. In entrambi i casi la cura per la fotografia delle scene è incredibile. Il fumetto vanta tra i migliori disegni mai visti, in particolare i fondali così dettagliati da poterli osservare per ore senza stancarsi trovando  sempre nuovi particolari mai casuali. Il taglio delle tavole è incredibilmente simile a scene filmiche, cosa che spiega anche la volontà di Otomo di condurre la regia della pellicola.

Parlando di quest’ultima, alcune scene (le analizzerò più in basso) hanno fatto la storia del cinema d’animazione; la composizione cromatica tende a mescolare colori freddi e caldi: dall’ambientazione costituits da paesaggi urbani caotici, a colori vividi che invadono la visuale dello spettatore, primo fra tutti, il rosso acceso della moto di Kaneda, che dona vita agli inseguimenti e consacra il design futuristico della vettura come uno delle più amati del panorama fantascientifico.

Vorrei in ultimo evidenziare che la componente paranormale (come gli esper, i bambini dalle fattezze di persone anziane) sono inseriti nella trama senza scadere in una visione disincantata di questi aspetti, quasi ad accostarli agli studi della parascienza che oggi vengono rivalutati sempre più. Ma qual è il potere di Akira? Lo “spiegone” è criptico, volutamente direi: quando si parla di Akira come di un essere di pura luce, che conserva in sé la memoria, l’energia di tutte le cose, il mio cervello schizza verso numerose teorie, tutte perfettamente possibili, come evidenti richiami alla telecinesi o alle interpretazioni esoteriche di matrice alchemica. Preferisco lasciare a voi queste considerazioni.

TRE SCENE CULT [SPOILER]

Permettetemi di analizzare tre scene presenti di Akira di una intensità incredibile:

-          La prima, forse la più famosa, è quella della corsa in moto che vede confrontarsi le due gang di mototeppisti. L’animazione è superba: il movimento è accentuato dalle scie tracciate visivamente dai fanali delle moto che disegnano il movimento accompagnando lo spettatore al fulcro della scena, il tutto supportato dallo splendido panorama sullo sfondo (costituito da più disegni sovrapposti e messi in movimento) che accresce la percezione della velocità e della profondità di scena. Voglio sottolineare l’incredibile analogia evocativa della scena con il Manifesto del Futurismo Italiano di F.T. Marinetti: l’opera del letterato italiano descrive lo spirito giovane dei progressisti che non cercano alcun legame con il passato, la cui banalità morale e retorica è sostituita da un futuro senza destino, senza un fine ultimo se non la violenza, l’ultima ratio umana. L’acciaio dei veicoli è l’unica certezza, l’unica passione di un mondo che ha perso la sua coerenza.

Non a caso il potere del governo presentatoci sembra esprimere uno stato di profonda crisi nei confronti della vita, così come il futurismo italiano si è riversato poi nella corrente antipolitica del fascismo, sbocciata in grande periodo di crisi. In entrambi i contesti il destino del mondo sembra smarrire il significato della vita umana. L’altra somiglianza che vorrei sottolineare riguarda le panoramiche della città, dove vengono inquadrati durante la corsa vertiginosi grattacieli decisamente opprimenti; elementi assai simili sono presenti nelle prime scene di Metropolis di F. Lang (1927!), forse il primo film fantascientifico precursore del genere cyberpunk e di futuri distopici.

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-          La seconda scena è duplice, e consiste nell’apertura e chiusura del film: l’esplosione che annichilisce Tokyo e Neo-Tokyo un evento tragico che implica anche il desiderio di rinascita dei protagonisti e il bisogno di rinnovamento della società. Il disegno del fumetto concorda con la pellicola di Otomo, riducendo al silenzio lo spettatore in entrambi i casi, per l’assenza di vignette descrittive in uno e per il silenzio della colonna sonora nell’altro. Un silenzio assordante.

-          La terza riguarda l’epilogo del film, che procede in un non-luogo dove ascoltiamo una voce affermare: “Io sono Tetsuo”. Sarebbe inutile propinarvi l’interpretazione delle classiche tematiche della ricerca dell’io, spesso presente nelle opere giapponesi, ma bisogna sempre ricordare che questa ricerca di sé è collocata in un’opera di carattere Cyberpunk, ed è il caso di dire che questo genere svolge un inquietante ruolo profetico nei confronti della storia umana. Alla luce di queste considerazioni quell’ammissione d’identità assume molteplici significati che ognuno di noi può collocare negli ambiti più disparati (sociali, filosofici, religiosi, morali).

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Akira e il Cyberpunk

Ho più volte accennato al fatto che Akira sia uno dei più importanti esponenti del genere Cyberpunk. Nato negli anni ’80 come sottogenere fantascientifico, esso permea ormai ogni narrazione sci-fi contemporanea. L’importante lavoro di autori come W. Gibson con Neuromante o dello stesso Otomo con Akira non sono caratterizzati da una coesione stilistica reale. Dopotutto questo filone è stato teorizzato solo in seguito, quando se ne era decretata la prematura morte (cosa a cui preferisco non credere). La produzione delle opere che ne hanno veicolato il messaggio hanno quindi subito influenze diverse dal loro contesto socio-culturale, ma esprimendosi in maniera comune: lo smarrimento di un destino della società odierna in un sistema capitalistico al limite del cinismo, dove entropia emotiva e utopia tecnologica si fondono per generare una distopia civile tanto angosciante quanto affascinante, che gli autori di questo genere hanno saputo svelare.

Il mondo dopo Akira

Akira ha fatto storia, non c’è dubbio. Se ne riscontrano tracce in opere d’animazione come Evangelion, ma soprattutto con quest’opera l’occidente apre le porte agli anime del Sol Levante. È interessante sentir parlare i fratelli Wachowski dell’influenza che questo anime ha avuto nella creazione di Matrix, di come molti ragazzi recuperavano videocassette nemmeno doppiate o tradotte delle opere nipponiche per guardarle in segreto. Per approfondire queste curiosità consiglio a tutti la raccolta di corti animati Animatrix, ad opera degli stessi W., corredato da speciali che parlano di Akira e delle più grandi opere d’animazione giapponesi.

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Colonna Sonora

Non ho ancora fatto accenni alla colonna sonora di Akira. Se vi aspettate musica elettronica o dance, beh vi sbagliate di grosso. La colonna sonora di Shoji Yamashiro  è caratterizzata da composizioni tribali dai toni solenni supportati da variegati cori, un elemento che stride volutamente con l’atmosfera del film. La scelta contrastante è di grande effetto suggestivo. Consiglio vivamente a tutti la versione blue-ray di Akira edita dalla Dynit. Il sistema di registrazione della traccia audio si basa sulla innovativa tecnologia dell’Hypersonic Effect: tramite la registrazione di suoni ad alta frequenza, non percepibili comunemente dall’orecchio umano, si provoca una stimolazione neurale che permette di interiorizzare il suono, tanto da non risultare sgradevole nemmeno ad volume elevato. Scelta innovativa supportata da alcuni studi dell’università di Chiba (lo stesso Yamashiro è un professore che si dedica agli studi ambientali informatici, ingegneria e scienze della percezione).

Ecco, ancora una volta non ci sono riuscito, vero? Non sono in grado di esprimere la totalità di Akira, spero però che tramite questo polpettone possiate comprendere quanto sia stato innovativo e quanto ancora oggi sia attuale e irraggiungibile questo capolavoro che ha travalicato ogni confine materiale e non.

[proponiamo una versione ampliata della presentazione di Eclipse Phase, comparsa originariamente su strategie evolutive]

Immaginate, se volete, che una persona… un gruppo di persone, molti dei quali conoscete, e stimate, prendano tutto ciò che più vi piace – ma proprio tutto – eliminino tutte le parti noiose e ripetitive, e ve ne facciano un condensato tale che, pur trattandosi esattamente delle cose che più vi piacciono, il risultato comunque è fresco, originale, e una fonte di sorpresa ad ogni nuova scoperta.

E immaginate, se volete, che questo universo meraviglioso e meravigliosamente “vostro” sia a vostra disposizione.

Per esplorarlo, per scriverci storie, per creare, per giocarci.

Per viverci una parte del vostro tempo.

Immaginate che questa cosa si chiami Eclipse Phase, e che sia disponibile in formato cartaceo ed elettronico per poche decine di euro.

Un’occhiata alla bibliografia?

Iain Banks, David Brin, Warren Ellis, Peter Hamilton, Ken Macleod, Richard Morgan, Alistair Reynolds, Kim Stanley Robinson, Bruce Sterling, Charlie Stross, Vernor Vinge, e Peter Watts.

E sì, anche Greg Egan.

E non parliamo della sezione di bibliografia dedicata alla saggistica…

Ma andiamo con ordine, che questo sarà un post lungo…

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Valentina Bertani affronta uno dei sequel più discussi degli ultimi anni, il seguito di Tron. C’è altro oltre gli effetti speciali?

Nota: questa recensione è già apparsa sul blog My webzine (qui il link)

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Premessa

Una piccola premessa. Io ho 28 anni, quindi il primo Tron l’ho visto che avevo forse 5 o 6 anni, in VHS, nei primi anni ’90. Devo ammettere che mi ricordo poco del film originale, solo qualche sparuto elemento di trama e alcune impressioni che, all’epoca, mi avevano fatto pensare “Questo film è fantastico!”, beh, sì, insomma, per quanto una bimba di 6 anni possa fare un ragionamento su un film e ricavarne l’impressione che fosse fantastico. Diciamo che questa è l’interpretazione matura di una ventenne che cerca di spiegare una memoria di cui più che altro conserva l’impressione.

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Da oggi collabora con noi Matteo Boscarol, grande appassionato di cultura nipponica e di anime. L’inizio è di quelli che si fanno sentire, eccolo alle prese con un classico di Oshii.

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Ghost in the Shell

Regia: Mamoru Oshii.

Sceneggiatura: Kazunori Itō. Soggetto: da un manga di Masamune Shirow.

Character design: Hiroyuki Okiyura. Mecha design: Shōji Kawamori. Musica: Kenji Kawai. Fotografia: Hisao Shirai.

Studio di animazione: Production I.G. Durata: 82′. Anno: 1995.

[contiene spoiler]

Ciò  che ci serve oggi non è una sorta di umanesimo antropocentrico. L’umanità ha raggiunto i suoi limiti. Credo che sia il momento di allargare i nostri orizzonti e filosofare sulla vita da una prospettiva più ampia“[1]

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La fantascienza germoglia trasversalmente in tutti i campi della cultura umana, segno che le sue tematiche affascinano e portano persone caratterizzate da percorsi diversi a ritrovarsi accomunati dal sapore dell’immaginare il futuro.

Questo ovviamente riguarda anche la musica, oltre al cinema, alla narrativa, ai videogiochi e ai fumetti. In particolare nell’ambito della musica rap italiana, il punto di contatto con la fantascienza si colloca nel 2009, quando il gruppo Artificial Kid dà vita al suo primo, e molto probabilmente unico, album. “Numero 47“, pesantemente ispirato a tematiche dal stampo cyberpunk. Il gruppo è essenzialmente un trio: Danno, rapper romano già conosciuto nella scena per il gruppo Colle der Fomento presente nel panorama italiano fin dal 1994, si occupa dei testi e della voce, StabbyoBoy produce la musica, mentre DJ Craim è incaricato degli scratch.

Si tratta quindi di un concept album molto particolare e di sicuro originale per il rap italiano, grazie alle tematiche fantascientifiche e la cura profusa nel progetto. L’album, inoltre, non è semplicemente ispirato alla fantascienza e al cyberpunk in generale, ma presenta quasi un filo conduttore che collega tutte le tracce. Danno impersona l’”Artificial Kid” del gruppo, un uomo artificiale, un cyborg, un androide, alle prese con una società sempre più disumanizzata e alienante. Atmosfere tipiche della narrativa e cinematografia cyberpunk vengono riprese nei testi e, soprattutto, nelle musiche, che trasmettono appieno l’immedesimazione in questo contesto futuristico e oscuro. Continua a leggere

Se qualcuno viene a dirvi che i concetti di “film italiano”, “fantascienza” e “successo” non possono coesistere in questo piano spazio-temporale, rimandatelo indietro al 1997. Nelle sale usciva “Nirvana“, co-produzione italo-francese diretta da Gabriele Salvatores (sì, proprio lui). Con un cast tanto italiano quanto straniero a disposizione, il regista napoletano scrive e dirige una storia dai forti toni cyberpunk. Film che molto probabilmente rimane tuttora il maggior successo commerciale italiano per quanto riguarda un film di fantascienza.

Jimi, programmatore per la software house Okosama Star, ha realizzato un videogioco chiamato Nirvana, il cui rilascio è previsto per Natale. Un virus tuttavia infetta la copia del programma a tre giorni dalla commercializzazione di massa e il protagonista principale, Solo, diventa cosciente di essere un personaggio di un videogame. Jimi è costretto a parlare con lui e ad accogliere la sua richiesta, quella di cancellarlo definitivamente. Per fare ciò, Jimi deve andare nelle periferie della città – l’Agglomerato Nord – per trovare degli hacker in grado di entrare nel database della Okosama Star, che possiede una copia di backup del gioco, e che potrebbe lanciarla nel mercato a prescindere dalla volontà del programmatore. A lui si affiancano Joystick, esperto hacker dalle iridi artificiali e Naima, un’hacker senza più memoria e dai capelli blu. Continua a leggere