Gene Wolfe

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7 . Per fortuna che c’è Jack Vance.

951749Il futuro remoto, descritto con i toni e la sensibilità del planetary romance è la ribalta per l’esordio di Jack Vance, forse il più grande stilista che la fantascienza ed ilfantasy abbiano conosciuto.
Con l’esile The Dying Earth, Vance esplode sul mercato negli anni ’40 – e molti sono convinti che si tratti di Henry Kuttner sotto mentite spoglie.
La Terra Morente di Vance è il classico luogo della science fantasy: tra eoni incommensurabili, la Terra gravita torpida attorno ad un sole rossastro, una debole fiaccola cremisi e indolente; la popolazione, sospesa tra un medioevo picaresco e una superscienza opportunamente indistinguibile dalla magia, lungi dal trascinare i propri ultimi giorni nell’apatia o nella disperazione, si abbandona alla ricerca dell’eccentrico, dell’istantaneamente gratificante, del bello e del piacevole – gli ultimi giorni della Terra sono un lungo ballo in maschera popolato da cialtroni.
Senza contare naturalmente pelgrani e deodandi cannibali, e l’occasionale sandestino di passaggio.
Costellato di città che attendono pigramente la fine e da relitti incomprensibili di antiche tecnologie, attraversato da avventurieri cinici e sardonici, stregoni verbosi in grado di trascendere lo spazio ed il tempo, demoni dai mondi inferiori, e quant’altro, il mondo della Terra Morente è un luogo in cui gran parte dell’azione è futile – poiché cosa potrebbe avere importanza se il mondo è ormai nei suoi ultimi momenti di vita.
Gli improbabili eroi di Vance combattono l’ennui e intraprendono le proprie avventure e le proprie quest con l’allegria della vacanza, animati da egocentrismo, arroganza, avidità, desiderio di vendetto o desiderio di conoscenza.

Ispirato ai lavori di C.A. Smith – ed allo straordinario ciclo di Zothique in particolare – il ciclo della Terra Morente comprende due collezioni di racconti e due romanzi.
Raffinato, elegante, scritto benissimo con un perfido gusto dell’ironia, il ciclo oscilla tra il capolavoro e la boutade, l’arabesco e la cineseria, la storiella amoralmente morale e la storia ricorsiva.
È fantasy?
È fantascienza?
Ha davvero importanza?

seglgIl lavoro di Vance costituisce la definizione tassonomica di un sottogenere peculiare e difficilmente classificabile, nel quale ricadono il già citato Zothique di C.A. Smith ma anche la Urth di Gene Wolfe del ciclo del Torturatore.
Oggi considerato probabilmente “troppo difficile” dai nostri editori, e per questo latitante sui nostri scaffali.
Criminalmente.
Nel caso di Wolfe, autore responsabile da solo del mantenimento in vita della science-fantasy letteraria negli anni ’80 e ’90, il ciclo del Nuovo Sole è forse più vicino al planetary romance che alla science fantasy conclamata, ma a riguardo la giuria non si è ancora espressa.
Certo, il mondo di Urth è descritto nei suoi dettagli più fini ed è per molti versi il protagonista della narrazione – la curiosità di scoprire di più sul mondo è ciò che ci spinge spesso ad andare avanti.
Resta all’odierno pubblico disorientato il dubbio che il Ciclo del Nuovo Sole non sia esattamente fantascienza. Potrebbe anche essere fantasy.
O più semplicemente è un planetary romance che si svolge sulla Terra…

3675666905_19f3eae64aE carico di un’ironia al vetriolo – che normalmente sfugge ai lettori – è pure il ciclo post-apocalittico di Michael Moorcock dedicato a Dorian Hawkmoon, anche noto come Ciclo della Bacchetta Magica.
Un secolo di guerre ha lasciato il pianeta nelle mani rapaci del perversissimo impero di Granbretan, nel quale tutti gli abitanti indossano maschere animalesche per nascondere e rivelare la propria natura. L’america è degenerata e parzialmente glaciata, e chissà cosa succede in Russiakommunista. Brandelli di resistenza si raccolgono in Kamarg (nel sud di ciò che era la Francia) e nelle province tedesche.
E da Colonia arriva il biondo eroe Hawkmoon, che a pagina dodici del primo romanzo si ritrova con un parassita alieno piantato in fronte – e da lì in avanti è tutta discesa, tra l’unico gigante dei Carpazi affetto da nanismo, navi da guerra con i nomi dei Beatles, mistici artici e duelli a colpi di lanciafiamme.
Scritto in un mese (o così sostiene l’autore) e dedicato con gratitudine ai creditori, il ciclo di Hawkmoon si inserisce nel 43_2Multiverso moorcockiano con uno sberleffo che è un alito d’aria fresca dopo la seriosità delle storie di Elric.
Una seconda serie (il ciclo di Count Brass) proseguirà le avventure di Hawkmoon – ora libero dello scarafo spaziale ma comunque perseguitato da innumerevoli nemici – ma prenderà una piega vagamente più seriosa, rimettendoci, almeno in parte, in freschezza.

E su di una Terra post-apocalittica e medioevalizzata si svolge pure quello che rimane il migliore – e forse l’unico – esempio di science fantasy italiana ad alto profilo, quel Balthis l’Avventuriera, premiato collage di racconti di Gianluigi Zuddas che rimane a nostro parere la sua uscita più valida.
La raccolta vinse un meritato Premio europa, e rappresenta in effetti una via europea ed italiana alla science fantasy.

An Evil Guest (2008)

Tor books

pp. 304

ISBN 978-0765321336

Link alla pagina Amazon

Quarta di copertina (da Amazon.com)

Lovecraft mets Blade Runner. This is a stand-alone supernatural horror novel with a 30s noir atmosphere. Gene Wolfe can write in whatever genre he wants–and always with superb style and profound depth. Now following his World Fantasy Award winner, Soldier of Sidon, and his stunning Pirate Freedom, Wolfe turns to the tradition of H.P. Lovecraft and the weird science tale of supernatural horror.

Set a hundred years in the future, An Evil Guest is a story of an actress who becomes the lover of both a mysterious sorcerer and private detective, and an even more mysterious and powerful rich man, who has been to the human colony on an alien planet and learned strange things there. Her loyalties are divided–perhaps she loves them both. The detective helps her to release her inner beauty and become a star overnight. And the rich man is the benefactor of a play she stars in. But something is very wrong. Money can be an evil guest, but there are other evils. As Lovecraft said, “That is not dead which can eternal lie.”

Recensione (di Davide Mana).

Complicato.
È il primo aggettivo che mi viene in mente pensando a Gene Wolfe, ed ai libri che scrive.
Ma, tenete presente, per me complicato non è qualcosa di negativo.
Non mi piacciono le cose troppo semplici.

Di solito i libri di Gene Wolfe meritano una seconda lettura.
E una annotazione.
Tanto per non perdersi per strada qualche riferimento.
E poi, certo, tocca confrontarsi da una parte con la cultura vastissima e profonda dell’autore, e dall’altra col suo controllo quasi maniacale della struttura narrativa.
Quando leggiamo Wolfe dobbiamo tenere un occhio sulla trama, un occhio sulle allusioni letterarie e filosofiche, ed un occhio sul modo in cui gli eventi si succedono, ed i pezzi si incastrano.
Ecco – poiché ci difetta spesso un terzo occhio, ci conviene leggere almeno due volte i libri di Gene Wolfe.

“An Evil Guest”, uscito nel 2008, sulla carta si presenta come qualcosa di piuttosto semplice.
Un tributo ai pulp degli anni ’30, una storia con vaghi sentori lovecraftiani.
Facile.
Tuttavia…

Il futuro imprecisato in cui si svolge la storia assomiglia al passato, agli anni ’30 per la precisione.
Il miliardario Bill Reis, che ha appreso dagli alieni abitanti di Woldecran le arti occulte, ivi compresa la trasmutazione di piombo in oro, avvicina il governo degli Stati Uniti con una proposta allettante.
Forse troppo allettante.
Il governo si rivolge allora a Gideon Chase, stregone e investigatore privato, che a sua volta ingaggia Cassie Casey, insipida attrice di Broadway, per sedurre Reis e scoprirne i veri scopi.
Tramutata con un rituale magico da insipida attricetta a supernova di fascino e seduzione, Cassie si ritrova catapultata in un intrigo che va al di là della sua comprensione (e talvolta della nostra), ed invischiata in un triangolo sentimentale che la lega tanto a Reis che a Chase.
Da lì in avanti, le cose si complicano.

A rendere le cose complicate, tanto per cominciare, c’è il fatto che tutto il sovrannaturale o supernormale del romanzo viene lasciato in ellissi.
Vediamo gli effetti ma non le cause, i risultati ma non le procedure.
È stregoneria?
È una scienza clarkesianamente indistinguibile dalla magia?

E quali sono i veri scopi dei personaggi?
Cosa c’è sotto?
Se è ragionevole l’equazione Bill Reis=Gilles de Rais (mago, alchimista), allora la ben poco verginale Cassie è una moderna Giovanna d’Arco?
E Gideon Chase?
Perché Chase e Reis non compaiono mai insieme nell’intera narrazione?
Sono la stessa persona? Dopotutto sappiamo che Reis è anche capace di mutare forma fisica…
Terribilmente misterioso.

An Evil Guest non è il miglior lavoro di Gene Wolfe – il che significa che si tratta comunque di una lettura di due tacche abbondanti sopra alla mediocrità.
Ciò che danneggia maggiormente la narrazione – probabilmente – è proprio il voler fare riferimento a modelli che Wolfe forse apprezza, o per i quali prova un nostalgico affetto, ma che non gli appartengono.
Sono fuori posto certi cliché del pulp – a cominciare dagli indigeni dei Mari del Sud con la sveglia al collo – così come il personaggio femminile di Cassie, centrale per la storia, resta stereotipato e limitato.
Scarsi i tentativi di fare del dialogo brillante, e forse affrettato il finale.

Eppure, eppure… se ci lasciamo prendere dalla storia, proviamo l’urgenza di arrivare a fondo.
C’è della sostanza, e ne vogliamo di più.
C’è un mistero, e si tratta finalmente di un mistero misteriosissimo.
Sarebbe un capolavoro mancato per qualsiasi altro autore.
Ma da Wolfe ci aspettavamo di più.

Esteticamente piacevole, scritto come sempre benissimo nonostante le cadute a cui si accennava più sopra, “An Evil Guest” compiacerà perciò gli assidui frequentatori di Wolfe, ma rischia di stancare e disorientare un lettore occasionale.
Certo non è il primo libro da leggere per avvicinarsi a questo autore.

Home Fires (2011)

Tor books

pp.304

ISBN 978-0765328182

Link alla pagina Amazon

Quarta di copertina (da Amazon.com)

Gene Wolfe takes us to a future North America at once familiar and utterly strange. A young man and woman, Skip and Chelle, fall in love in college and marry, but she is enlisted in the military, there is a war on, and she must serve her tour of duty before they can settle down. But the military is fighting a war with aliens in distant solar systems, and her months in the service will be years in relative time on Earth. Chelle returns to recuperate from severe injuries, after months of service, still a young woman but not necessarily the same person—while Skip is in his forties and a wealthy businessman, but eager for her return.

Still in love (somewhat to his surprise and delight), they go on a Caribbean cruise to resume their marriage. Their vacation rapidly becomes a complex series of challenges, not the least of which are spies, aliens, and battles with pirates who capture the ship for ransom. There is no writer in SF like Gene Wolfe and no SF novel like Home Fires.

Recensione (di Angelo Benuzzi).

Gene Wolfe continua il suo percorso di grande narratore, uno dei pochi che possa fregiarsi del titolo a tutto tondo. Ogni volta regala ai lettori un viaggio, un percorso dove le regole di genere vengono serenamente ignorate a favore di un lavoro artigianale sui personaggi e sul linguaggio. Il risultato è un libro che una volta terminato ci lascia con la tentazione di riaprirlo subito per ripercorrerne alcuni passaggi e la tentazione di lasciarlo invece a decantare, per avere il tempo di assimilarlo in maniera più compiuta prima di rileggerlo. Stiamo parlando di un romanzo di fantascienza, quindi di narrativa. Forse dovremmo azzardare il termine letteratura, data la differenza in termini di qualità tra il modo di scrivere di Wolfe rispetto a tanti altri colleghi.

Questo è un romanzo di fantascienza, ne ha molti elementi che sono intuibili fin dalla quarta di copertina, ma non si può parlare di un romanzo strettamente di genere. Nella migliore tradizione Wolfe mischia le carte e aggiunge elementi propri del legal thriller, aggiunge spezie qui e là pescando da una base culturale che in pochi hanno. Quello che gli interessa come narratore è rivelare i pensieri e le sensazioni dei protagonisti, metterli di fronte allo specchio impietoso delle loro coscienze e utilizzare gli elementi di fantasia per arricchire il quadro psicologico. Questo lascia sullo sfondo alcune ambientazioni, le rende meno curate agli occhi del lettore. Eppure nella maggior parte dei casi ci si trova a supplire a questi vuoti piuttosto che ad uscire dalla narrazione, segno che il livello di coinvolgimento rimane alto.

Nel futuro presentato in questo romanzo, come in tutti i lavori di Wolfe, quello che conta davvero è la rappresentazione delle vicende umane, il confronto tra estremi all’interno della psicologia dei protagonisti. Questo permette di considerare più livelli di complessità e di rendere più vicini al lettore le decisioni degli attori e i twist della trama. In “Home Fires” la stessa struttura dei capitoli e il loro alternarsi causa uno sfasamento dei piani narrativi, elemento che può spiazzare alcuni lettori nelle fasi iniziali. Il resto del lavoro viene ottenuto con l’utilizzo degli elementi classici del dramma, l’alternare di Eros e Thanatos che costringe i protagonisti a portare al limite le proprie scelte.  Anche l’azione, presente a più livelli in questo testo, diventa un complemento più che la motivazione, un modo per fare dei passi avanti verso nuovi livelli di confronto.

“Home Fires” non è uno dei migliori lavori di Wolfe. L’impressione che ne ho ricavato è quella di un lavoro di passaggio, una tappa per sperimentare. Rimane comunque un signor romanzo, decisamente sopra la media di quelli disponibili sul mercato.

Quinta settimana di palinsesto per il nostro blog e novità in arrivo, sia di contenuti che di policy per il livello di collaborazione che vogliamo instaurare con tutti voi. Siamo tuttora in fase sperimentale e per ora non faremo crosslinking o scambi di banner; in compenso le porte per le collaborazioni sono spalancate, come del resto avevamo stabilito fin dall’inizio.

Cosa vuol dire? Ci proponiamo come punto di transito per chi vuole offrire o cercare servizi nell’ambito della fantascienza. Volete proporvi come traduttori, illustratori, editor, impaginatori? Cercate collaboratori per un cortometraggio? Siete alla ricerca di libri o film introvabili? Scriveteci, mandate le vostre proposte, appena ce ne sarà un numero adeguato metteremo in linea una nuova pagina con i vostri messaggi.

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E poi la Terra invecchiò, i suoi paesaggi si addolcirono e mostrarono segni dell’età, ed i suoi modi si fecero capricciosi e strani come accade agli uomini alla fine dei propri anni…
(Michael Moorcock, The Jewel in the Skull)

Non si tratta esattamente di un genere, piuttosto di una modalità.
La terra morente, il crepuscolo del mondo, la fine del tempo.
La frase citata riassume benissimo quale deve essere il tema principale.
Un mondo invecchiato, i modi del quale si sono fatti capricciosi e strani.
Un mondo colmo di meraviglie, in cui ciò che ci era familiare è stranamente mutato. Continua a leggere