Lin Carter

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8 . Un solo scaffale

decampinvikinghelmetÈ interessante notare, a questo punto, come molti degli autori fin qui menzionati fossero parte di una organizzazione, la Swordsmen and Sorcerers Guild of America (SAGA).
Creata dal solito Lin Carter, iperattivo autore e antologista scomparso nel 1988, la SAGA, a cavallo degli anni ’60 e ’70, incluse fra i propri membri Poul Anderson, L. Sprague de Camp, Fritz Leiber, Michael Moorcock, Andre Norton, Jack Vance, C. J. Cherryh, Tanith Lee e Roger Zelazny.
Tutti autori cooptati da Carter per la loro militanza nel genere fantasy, ma tutti autori che – complice una frequentazione assidua della fantascienza ed uno spirito a dir poco avventuroso – non ebbero problemi a creare un genere ibrido e “bastardo” che, prima dell’avvento in massa dei tolkienoidi e lo straripare sui nostri scaffali di infinite trilogie pseudoceltiche, rappresentò forse una delle punte più vitali della narrativa d’immaginazione.

Altrettanto interessante notare come i titoli menzionati, e gli autori selezionati, facciano di questo pezzo un’unica, lunga carrellata della Fantacollana della Nord dei tempi d’oro – fino più o meno al sessantesimo volume – con non poi così sporadici addenda dal glorioso catalogo Libra, e dal vecchio catalogo Fanucci.
Grossomodo dal 1978 al 1984.
Poi qualcosa cambiò, ed il mondo si riempì di hobbit.

Ma c’è un punto più importante, che comunque si lega all’invasione di hobbit e – forse – alla recente recrudescenza vampirico-sentimentale.
L’esistenza di un genere ibrido e bastardo come la science-fantasy, come il planetary romance, ci porta infatti ad interrogarci sul rapporto fra forma e contenuto nella letteratura fantastica.
Solleva il dubbio – forte e giustificato – che le etichette di genere siano spesso solo categorie formali: se li chiamo alieni è fantascienza, se li chiamo elfi è fantasy.
despoilersofthegoldenempire500aAbbiamo già citato in passato Randall Garrett, autore di un ciclo di romanzi e racconti fantasy-polizieschi ambientati in un universo parallelo (aha! E adesso come la mettiamo?!) nel quale i Plantageneti non hanno mai perduto la corona, e regnano su Francia ed Isole Britanniche.
Ebbene, nel corso della sua lunga carriera, Randall Garret dimostrò, con la novella Despoilers of the Golden Empire, che è possibile descrivere nel dettaglio la conquista del Perù da parte di Pizarro e vendere il racconto come space opera avventurosa – basta usare un linguaggio sufficientemente generico, descrivere l’oro come “l’isotopo 197 che forniva potere all’impero” e praticare qualche altro giochetto, ed è fatta.
Non è necessario aggiungere o togliere nulla.
Diamine, Garrett arrivò a descrivere i galeoni spagnoli come “navi inadatte al volo atmosferico”!

Ecco, questa suscettibilità al linguaggio della letteratura di genere è qualcosa che di solito trascuriamo, o diamo per scontato.
Eppure, cos’è il planetary romance, nella sua forma più deteriore, se non la sword & sorcery, nella sua forma più elementare, con una quarta di copertina diversa?
E forse è proprio questo il problema dell’attuale inflazione del genere fantasy, nel quale una crescita della quantità non corrisponde affatto ad una crescita della qualità della proposta. Gran parte del fantasy attuale è trito, sciapo, prolisso.
Molto, troppo, ricade in quello che alcuni definiscono hard fantasy, ben rappresentato dall’opera di autori peraltro competenti quali Steven Erickson e soprattutto George R.R. Martin; l’opera di questi autori, caratterizzata da ampi affreschi politici e da una forma di magia talmente vasta per potere e influenza da essere in ultima analisi al di fuori della portata dei protagonisti, piace molto ai larper ed ai fanatici di storia militare, felici di avere a che fare con autori che sanno distinguere una misericordia da un foragiaco, e che perciò hanno decretato il successo di ciò che è di fatto romanzo storico con i nomi cambiati e le date cancellate.
E se la fantascienza non fosse in flessione?
Se la disaffezione per la scienza e per il futuro non avesse fatto del genere più innovativo e rivoluzionario qualcosa di difficilmente vendibile, assisteremmo forse a qualcosa di simile?
Sarebbe facile ricucinare la storia rinascimentale italiana – con le sue bande di mercenari, i suoi artisti-inventori, le sue dispute filosofiche e scientifiche – in un grande ciclo di space opera, o in una brutale saga post-atomica.
Ma rimane la domanda – la forma è sufficiente?
Despoilers of the Golden Empire è davvero fantascienza?
Basta usare le parole chiave per fare narrativa d’anticipazione, o narrativa d’immaginazione?
E l’anticipazione?
E l’immaginazione?
I grandi autori hanno saputo fare narrativa di altissimo livello anche nelle forme ibride.
Nessuno dubita della qualità di un lavoro come il Ciclo di Morgaine o come il Ciclo del Nuovo Sole.
E anche nelle sue forme più di routine, nei romanzi scritti in una settimana o in un mese da Mike Moorcock, resta sotto alla cenere il calore vivo delle braci del talento autorale.
Ma non è sempre così – ed i risultati sono pessimi.

Epilogo . Finale col vampiro (o no?)

Riprendendo allora le fila dei primi paragrafi di questo pezzo, vale la pena notare come i popolarissimi vampiri innamorati che attualmente inflazionano gli scaffali delle giovinette, siano un ennesimo trionfo della forma sul contenuto.
La storia della giovane ragazza “normale” attratta dal bel tenebroso che al contempo la respinge e la affascina, e del progressivo coinvolgimento della bella con l’uomo del mistero, con conseguente cambiamento radicale della sua vita, perdita degli amici e degli affetti “normali” per penetrare in un mondo oscuro e pericolosissimo…

51V7AYB3KHLSembrerebbe Go Ask Alice, diario del progressivo coinvolgimento con gli stupefacenti di una adolescente americana, pubblicato nel 1971 –  cronaca della deriva di una persona “normale” e la conseguente dissoluzione della sua vita e lo spalancarsi dell’abisso della dipendenza.
A ben guardare, tutti gli elementi sono al loro posto.

. Ragazza per bene.
. Nuova scuola.
. Il bel tenebroso.
. L’oscuro segreto di lui, che cela una dipendenza.
. La progressiva induzione della protagonista in un mondo “altro”, prima temuto e poi abbracciato con entusiasmo, ma talmente estraneo al mondo “normale” da venire considerato quasi un mondo di fantasia.

La sola differenza – almeno in prima battuta – è che Go Ask Alice finisce malissimo, precipitando in una spirale di abusi sessuali, degradazione e morte finale della protagonista.
Al contrario, le storie di vampiri innamorati si chiudono col trionfo dell’amore – dopo una lunga spirale di abusi (solitamente più psicologici che fisici), pericolo e… la morte della protagonista.
Perché se lui la vampirizza, lei muore.
O non-muore.
Comunque ci siamo capiti.
Il trionfo della forma sulla sostanza è assoluto, e ciò diventa tanto più vero quando consideriamo che Go Ask Alice, diario di una adolescente nel tunnel degli stupefacenti, best seller negli anni ’70, è un falso, scritto sulla base di uno script determinato a tavolino da un’autrice con un dichiarato programma.
Una trama prefabbricata.
Aggiungiamoci la musica dei Jefferson Airplane, e otteniamo Go Ask Alice.
Aggiungiamoci la musica dei Fall Out Boy, e otteniamo Twilight.

Il fatto che le autrici di entrambi i romanzi appartengono alla confessione Mormone, e quali conseguenze questo possa avere sulle loro opere viene lasciato ai lettori come compito a casa.