2 . Come cucinare la manticora
La science fantasy viene normalmente considerata un genere bastardo che mescola elementi di fantascienza e fantasy; è normalmente colorita e spesso bizzarra, talvolta con elementi orrifici anche se mai parte, certamente, del genere horror.
Peter Nicholls – Encyclopedia of Science Fiction
Come la manticora o la sfinge, la science fantasy è uno strano ibrido, che non sa né di carne né di pesce, ma che cucinato come si deve sa essere saporito, oltre che sostanzioso.
Nella fantascienza, l’autore è solito presentarci le meraviglie del possibile – il viaggio interstellare, le macchine pensanti, l’incontro con forme di vita evolutesi in ambienti differenti da quelli presenti sulla terra, realtà politiche o sociali che sono l’evoluzione o l’involuzione della nostra, le scimmie al potere…
Tutto ciò che la fantascienza descrive è plausibile, ed è – anche se solo marginalmente – possibile sulla base delle nostre conoscenze di come funziona l’universo.
Nel fantasy, l’autore ci delizia con le meraviglie dell’impossibile – l’incontro con creature fantastiche come la sfinge o la manticora, la personificazione delle scelte morali, la magia, la stregoneria…
Tutto ciò che il fantasy descrive è plausibile ma – anche stiracchiando le regole all’estremo – non è possibile sulla base delle nostre conoscenze di come funziona l’universo.
Nella science fantasy, l’autore esegue un complicato gioco di prestigio, offrendoci le meraviglia dell’impensabile – licantropi che sono una antica specie di mutanti, stregoni che sono in realtà esper, antiche divinità che sono in effetti alieni spiaggiati sul nostro pianeta, mondi fatati che sono in realtà universi paralleli… O per contro, robot alimentati a carbone ed animati da un’incantesimo, pistole in grado di uccidere anche da scariche, sirene iscritte a tornei di nuoto…
Tutto ciò che la science fantasy descrive è all’apparenza impossibile, ma diventa plausibile grazie all’applicazione di una spiegazione (pseudo)scientifica, che stiracchia – ma coerentemente – le nostre conoscenze di come funziona l’universo.
Il Castello d’Acciaio, di Lyon Sprague De Camp e Fletcher Pratt, il primo fantasy che io abbia conosciuto, colleziona ed amplia le storie di Harold Shea che i due autori pubblicarono su Unknown fra il ’39 ed il ’43.
L’idea di partenza, il castello (…) concettuale alla base di queste storie, inaccettabile per Astounding, è semplice ed elegante:
. se l’universo ha delle regole, queste sono descrivibili matematicamente
. nel nostro universo, possiamo descrivere matematicamente le leggi della fisica universale
. è allora logico immaginare che in un mondo retto della magia dovrebbe esistere qualcosa che potremmo definire “la matematica della magia”
. come osservando il nostro universo posso ricavarne le regole matematiche basilari, altrettanto potrei fare per l’universo magico
. ma dove trovarne descrizioni accurate? Semplice: nella letteratura! Antiche saghe e cicli leggendari, fiabe, romanzi cavallereschi, dai cicli arturiani all’Ariosto, al Tasso, alle visioni di Coleridge… Leggo e rileggo, prendo appunti, identifico i principi, scrivo le formule…
. ed automaticamente mi trovo di là. Nel mondo descritto da quelle regole che ho definito. Nel mondo descritto dal romanzo cavalleresco o dalla saga che ho usato per trovare le regole.
Bello liscio.
Si tratta – è evidente – di un semplice gioco di prestigio linguistico, e come tale funziona finché non vogliamo ad ogni costo svelare il meccanismo, vedere il trucco.
Harold Shea, matematico di belle speranze forse un po’ affettato e un po’ pretenzioso scopre la matematica della magia – il che lo porterà a capitombolare nel mondo dell’Orlando Furioso e nel Faerie Queene, nelle saghe scandinave e nei cicli leggendari lapponi.
Con la sua giustapposizione di buon senso americano anni ’40 e di fantastico a briglia sciolta, spesso con solide derivazioni letterarie, non ci si dovrà sorprendere se la Science Fantasy si caratterizza, fin da subito, come un genere fermamente ironico e spesso piacevolmente satirico.
Allo stesso tempo, giocando a partire da luoghi comuni quali il trito “C’è un fondo di verità in ogni leggenda”, lo pseudo-genere propugnato da Unknown diventerà il dominio delle pseudoscienze (la Dianetica di Hubbard farà la sua prima comparsa sulle riviste condotte da Campbell), dei continenti perduti e ritrovati (e Sprague De Camp sarà poi autore di uno dei più autorevoli testi sul mito atlantideo), delle leggende metropolitane, della commedia più o meno becera, più o meno a fuoco.
Il luogo deputato dell’azione sarà perciò sempre in qualche modo contrabbandabile per plausibile – se non realistico.
Un pianeta lontano – caratterizzato da biologia o chimica aliene.
Un universo parallelo – dominato da leggi fisiche diverse da quelle vigenti nel nostro.
Il remoto passato o il lontanissimo futuro del nostro mondo – quando tecnologie indistinguibili dalla magia possono avere mano libera.
Quando si svolge su pianeti lontani, lo science fantasy assume il nome di planetary romance (o talvolta “sword & planet”), in deferenza ai modelli dumasiani dai quali spesso viene mutuata l’azione.
Primo maestro del planetary romance fu ovviamente l’Edgar Rice Burroughs dei cicli di John Carter (Marte) e di Carson Napier (Venere).
Emulo ed amico di Burroughs, Otis Adalbert Kline aggiunse al proprio ciclo marziano elementi più francamente fantascientifici, senza tuttavia allontanarsi dal modello iniziale:
. Coraggioso eroe terrestre.
. Pianeta ostile.
. Civiltà in declino.
. Principesse discinte.
La strada era ormai aperta.











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