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E alla fine la Terra divenne un posto molto silenzioso.

Incespicai su Appleseed, il fumetto* di Masamune Shirow nel 1990.
All’epoca Appleseed era pubblicato in inglese da Eclipse/Studio Proteus.
Nelle fumetterie torinesi i singoli volumetti si trovavano in ordine sparso, e a prezzi da capestro.
Mi svenai brevemente, poi decisi di adottare una strategia diversa -  nel ’92, mi procurai i trade paperback in una fumetteria londinese a un decimo del prezzo richiesto dai rivenditori italiani.
Si era alla fase di picco della seconda ondata giapponese – la prima era coincisa con i primi anni ’80 e l’importazione massiccia di cartoni animati, la terza sarebbe arrivata con i Pokemon.
Per me, se penso al fumetto giapponese, Appleseed di Shirow e Nausicaa di Miyazaki restano i punti di riferimento – con tutta la simpatia per Akira.
Scoprii successivamente che, per i giapponesi, né Appleseed, né Nausicaa né Akira sono esempi validi del fumetto nazionale, ma queste cose le lasciamo ai filologi.
Leggere Appleseed fu come spalancare una porta su qualcosa di radicalmente diverso.

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In breve (si fa per dire), la trama.
Nel ventunesimo secolo, le superpotenze alleate (Nato e Blocco Sovietico) si sono dissanguate in una guerra di logoramento combattuta in Medio Oriente contro una coalizione di forze integraliste.
La successiva Terza Guerra Mondiale ha sfiancato la civiltà, trasformando il mondo in un panorama di crateri e macerie nel quale si arrabattano gruppi di sopravvissuti e ciò che resta dei vecchi blocchi di potere tradizionali.

009Nell’anarchia imperante, una fetta cospicua di risorse viene investita nella creazione di Olympos, una colossale città ipertecnologica sviluppata attorno a Gaia, un computer il cui programma principale è coordinare la ricostruzione.
Gaia dispone di una vasta popolazione di esseri umani artificiali, creati per sintesi di materiale genetico umano; i “bioroidi” costituiscono una elevata percentuale della popolazione di Olympos, svolgono incarichi per attuare i piani di recupero delineati dal supercomputer, e siedono in una sorta di parlamento sovranazionale.
Olympus gode del meglio della tecnologia del ventiduesimo secolo.
Ed ha un sacco di nemici.

Uno dei progetti di ricostruzione consiste nel recupero di sopravvissuti in possesso di competenze critiche – tecnici, scienziati, militari.
briareos-6Due dei sopravvissuti “arruolati” – più o meno a forza – da Olympos sono Deunan Knute (o Nut in alcune traduzione/traslitterazioni) e Bryareos Hecatonchires, ex agenti SWAT; lei la figlia di un leggendario esperto di tecniche militari, lui un agente dell’antiterrorismo sopravvissuto ad un attentato (un’auto-bomba) grazie all’impiantamento in un corpo meccanico.
Il fatto che i due siano amanti viene dato per scontato.

Nel corso di quattro volumi – The Promethean Challenge, Prometheus Unbound, The Scales of Prometheus e The Promethean Balance – il lettore viene immerso nella città di Olympus, e segue le esistenze dei due protagonisti in un gioco progressivamente sempre più intricati di quello che nel mondo dello spionaggio si chiama Il Labirinto di Specchi.
Se infatti è indubbio che i gruppi terroristici e le dittature rampanti esterni ad Olympus non sono certamente uan forza positiva, l’impressione si va facendo sempre più forte il programma Gaia manchi di alcuni elementi essenziali – non ultimo l’empatia umana.
E se esistono fazioni all’interno di Olympos che vedono il recupero dei tratti emotivi degli esseri umani come un passo essenziale verso un futuro luminoso, non manca chi preferirebbe eutanasiare l’umanità ormai “superata”.
Difficile quindi definire buoni e cattivi, difficile stabilire una soluzione semplicistica ai problemi (anche se, quando si arriva all’utente finale, si tratta sempre di ricorrere ad una applicazione chirurgica di armi da guerra).

tumblr_mhxjyf2Gzg1qc703qo1_500I motivi di interesse di Appleseed sono molteplici.
Come altre opere uscite più o meno negli stessi anni, anche in media diversi (potremmo pensare a Hyperion, di Dan Symmons), Appleseed non ha grandi idee innovative, ma si limita a proporre una summa coerente di idee che circolavano da non meno di un decennio.
Detto ciò, la grafica rimane assolutamente centrale – Shirow proviene da una formazione tecnico-industriale, e si vede.
Indubbiamente parte del piacere di leggere Appleseed (o qualunque altro lavoro dell’autore giapponese) consiste nell’immergersi negli scenari, ed esplorarli. Il livello dei dettagli è tale che è possibile, con un po’ di pazienza, leggere le costole di ogni singolo volume nelle biblioteche, le insegne dei locali per strada, le scritte sulle T-shirt dei passanti.
Il tutto, spesso giocato in maniera da creare un contrappunto ironico.
Poi ci sono le macchine, l’hardware – le armature mobili, i veicoli della polizia, le motociclette.
Poi c’è la bibliografia, che è ampia e articolata e và da Carl Sagan a Ayn Rand passando per Lovelock e Dawkins.
I personaggi di Shirow si prendono di solito ampi spazi per discutere di scienza, di politica e di filosofia – il fumetto è verbosissimo.
E infine l’ossessione quasi maniacale per le tecniche di polizia, per cui ogni situazione nellaquale i personaggi si trovano coinvolti, dalla ferma di un sospetto a una grossa operazione multiforze, sono disegnate e descritte con minuzia assoluta, con note, pop-up di dettaglio, persino considerazioni su chi stia sbagliando cosa annotate a margine.

apphp1Sono passati molti anni dall’uscita di Appleseed – oggi Masamune Shirow si occupa soprattutto di grafica, ed è probabilmente più conosciuto per Ghost in the Shell, che riprende molte delle tematiche di Appleseed, aggiornandole.
Il suo lavoro migliore rimane probabilmente lo science-fantasy con elementi lovecraftiani Orion, ma Appleseed – che formalmente rimane incompleto, mancando un ultimo conclusivo ciclo di episodi – è certamente il miglior punto di partenza per avvicinarsi all’opera di questo autore.

Dalla serie sono stati tratti cartoni animati e film dal vero e in CGI (uno di questi prodotto da John Woo), videogiochi, un polposo e verbosissimo Appleseed Data Book – raccolta di dettagli, idee, farneticazioni e lunghe disquisizioni tattico-strategiche – e dovrebbe essere imminente il lancio di un MMORPG basato su Olympos.
Dove potremo tutti sperimentare il meglio del ventiduesimo secolo.
E, al limite, venire eutanasiati come superflui.
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* sì, lo chiamo fumetto, così non devo stare a ricordarmi di chiamare historietas quello che fanno i latinoamericani e comics quello che fanno gli anglosassoni.
Fatemi causa.

Matteo Boscarol recensisce per noi un film che collega un manga “storico” con le sfide del presente.

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009 RE: CYBORG (2012)

Regia di Kamiyama Kenji

Cyborg 009 è un manga scaturito dalla mente di Ishinomori Shōtarō (1) a metà degli anni sessanta e che nel corso del tempo si è reiterato nel mediascape nipponico in varie forme, tre serie animate (1968, 1979, 2001) di cui solo una è passata in Italia, quella di fine anni settanta, svariati lungometraggi animati, se ne contano ben sei e due drammi realizzati per la radio. L’ultimo film ispirato ai personaggi ed al mondo immaginati da Ishinomori è uscito lo scorso autunno nelle sale giapponesi,  “009 RE: CYBORG” è firmato dal regista Kamiyama Kenji in collaborazione con la Production I.G con cui l’autore giapponese aveva già realizzato fra le altre cose la popolare serie “Ghost in the Shell: Stand Alone Complex” e le sue continuazioni.

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Con questo articolo fa il suo esordio sulla nostra blogzine Antonio Monteleone, un appassionato che ha deciso di fare un passo avanti e unirsi a noi nella diffusione della cultura del fantastico. Benvenuto!  

Analisi di Akira di Katsuhiro Ōtomo (1988)

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Scrivere un articolo su Akira è un’impresa assai complessa. Sono destinato al fallimento mentre tento di ridurre l’intricata interrelazione esegetica dell’opera a componenti uniche e chiare. Questo processo utile ad una recensione risulta vano quando si ha a che fare con questo capolavoro contemporaneo: Akira si basa su una struttura narrativa, simbolica, storica e sociale, che attinge alla filosofia metafisica e alla fisica vera e propria. Il transumanesimo è la colonna portante dell’opera, mai trattato in maniera banale, che strizza l’occhio al genere cyberpunk. Abbiano pazienza i lettori di questo lungo post, ma credo ne valga davvero la pena. Prima qualche piccola informazione utile.

Il creatore di Akira è Katsuhiro Ōtomo, fumettista noto inizialmente in Giappone per opere come Fireball (1979) e Domu (1982). Nel 1982 si dedicò alla serializzazione del fumetto Akira, la cui conclusione è stata pubblicata nel 1990. Otomo fu anche il regista del film che, avrete notato, uscì nelle sale Giapponesi prima della conclusione del fumetto, mostrando parte dello svolgimento e finale diversi, compreso una variazione dell’arco temporale nel quale si svolge la storia (assai più breve nel film), nonché un numero di personaggi inferiore rispetto alla controparte a fumetti.

Trama [CONTIENE SPOILER]

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Una generale disamina della trama può tracciare lo svolgersi delle due opere conservando il messaggio che l’autore ci ha voluto trasmettere (il finale descritto è quello del film). Neo-Tokyo, anno 2019: la metropoli nipponica riprende la sua caotica vita dopo essere stata quasi annientata da un attacco nucleare che, anni prima, aveva distrutto quasi tutta la città.

In questo scenario post-apocalittico la società del Sol Levante sembra scossa da una profonda crisi interna: ai quartieri altolocati della città si affiancano zone alla deriva tra crimine e povertà. In questo ambiente numerose bande di giovani mototeppisti vivono la furia della loro precaria condizione tra vandalismi e faide tra clan. Uno di questi è capeggiato da Kaneda, un ragazzo estremamente sicuro di sé, alla guida di una sfolgorante moto da corsa dal colore rosso fuoco. Durante uno scontro con un altro clan, Kaneda è il suo gruppo si imbattono in forze militari alla ricerca di uno strano bambino dal volto deformato da una vecchiaia precoce.

Il bambino intanto incontra Tetsuo, il più piccolo tra i ragazzi della gang di Kaneda, spesso ritenuto inferiore e preso in giro dai suoi stessi compagni. Il contatto tra i due viene notato dai militari che decidono di prelevare Tetsuo per sottoporlo ad esperimenti riguardanti il fantomatico Progetto Akira. Sebbene Kaneda provi a salvarlo, nulla può di fronte alla superiorità di un’intera squadra militare. Gli esperimenti intanto sembrano avere successo su Tetsuo; più avanti egli perderà il controllo dei terribili poteri telecinetici, ogni giorno che passa più potenti.

Kaneda cercherà in tutti i modi di salvarlo, arrivando a cooperare con un gruppo di terroristi ribelli che tentano di scoprire cosa nasconde il misterioso Progetto Akira, probabilmente implicato nell’attacco nucleare che sconvolse il paese anni prima, segreto tenuto nascosto al governo giapponese. La situazione degenera quando Tetsuo, ormai consapevole dei suoi illimitati poteri, decide di fuggire dall’ospedale dell’esercito per raggiungere il luogo in cui è tenuto nascosto Akira. Ormai fuori controllo, Tetsuo rifiuta l’aiuto di Kaneda, memore della gelosia che da sempre prova per l’amico, considerato un rivale e nemico. Una volta fuggito, Tetsuo si mostra in pubblico, trascinando con se una folla di fanatici e disperati, vittime delle precarie condizioni delle classi sociali inferiori, che vedono in lui un nuovo dio: Akira.

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Arrivato nel luogo dove “il Progetto” è tenuto nascosto, Tetsuo scopre l’incredibile verità: Akira era un ragazzo come lui, sottoposto ad esperimenti segreti ad opera del governo giapponese per scopi bellici. Dotato dei suoi stessi poteri, ha travalicato l’essenza della condizione umana e, tramutatosi in essere di pura luce e energia incontrollabile, ha causato l’esplosione nucleare che ha distrutto Tokyo. Di lui restano soltanto i suoi organi conservati dagli scienziati nella speranza di carpire i segreti della sua metamorfosi distruttiva.

Kaneda arriva troppo tardi nel tentativo di bloccare il suo amico: Tetsuo perde totalmente il controllo, assorbendo materia inorganica tutto intorno a lui e tramutando il suo corpo in una condizione “mostruosa”, con il rischio di causare un nuovo eccidio come quello ad opera di Akira anni prima. L’esplosione è inevitabile, ma contenuta grazie il ritorno di Akira, che riesce ad annullare la forza di Tetsuo, scomparendo assieme a lui.

Gli ingredienti ci sono tutti: il fascino del mistero per il Progetto Akira, intrighi politici, lotta di classe e fanatismi religiosi. Otomo riesce a collocare la sua opera in una dimensione critica dall’impatto impressionante.

L’eredità storica giapponese

Vi invito a considerare due elementi della trama che necessitano di una contestualizzazione storica: la tematica della Terza Guerra Mondiale e il terrore per un conflitto atomico. Non siamo ancora così distanti dalla triste eredità nipponica di Hiroshima e Nagasaki. Il Giappone è stato l’unico Paese ad aver percepito con tale intensità il pericolo degli ordigni atomici, pericolo la cui ombra era riflessa nell’incessante Guerra Fredda. Come Otomo molti altri mangaka  sono stati fortemente influenzati da questa tematica (basti ricordare Tiger-Mask o Hokuto no Ken). Altro aspetto presente nell’immaginario collettivo nipponico sono le bande di mototeppisti, una piaga assai diffusa all’epoca, e ancora oggi ne possiamo notare i richiami (basti ricordare che in Great Teacher Onizuka il protagonista era un ex feroce mototeppista).

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Film e fumetto: le contaminazioni

Oltre la trama, vorrei sottolineare le particolarità del fumetto e del film, prodotti di grande qualità visiva. In entrambi i casi la cura per la fotografia delle scene è incredibile. Il fumetto vanta tra i migliori disegni mai visti, in particolare i fondali così dettagliati da poterli osservare per ore senza stancarsi trovando  sempre nuovi particolari mai casuali. Il taglio delle tavole è incredibilmente simile a scene filmiche, cosa che spiega anche la volontà di Otomo di condurre la regia della pellicola.

Parlando di quest’ultima, alcune scene (le analizzerò più in basso) hanno fatto la storia del cinema d’animazione; la composizione cromatica tende a mescolare colori freddi e caldi: dall’ambientazione costituits da paesaggi urbani caotici, a colori vividi che invadono la visuale dello spettatore, primo fra tutti, il rosso acceso della moto di Kaneda, che dona vita agli inseguimenti e consacra il design futuristico della vettura come uno delle più amati del panorama fantascientifico.

Vorrei in ultimo evidenziare che la componente paranormale (come gli esper, i bambini dalle fattezze di persone anziane) sono inseriti nella trama senza scadere in una visione disincantata di questi aspetti, quasi ad accostarli agli studi della parascienza che oggi vengono rivalutati sempre più. Ma qual è il potere di Akira? Lo “spiegone” è criptico, volutamente direi: quando si parla di Akira come di un essere di pura luce, che conserva in sé la memoria, l’energia di tutte le cose, il mio cervello schizza verso numerose teorie, tutte perfettamente possibili, come evidenti richiami alla telecinesi o alle interpretazioni esoteriche di matrice alchemica. Preferisco lasciare a voi queste considerazioni.

TRE SCENE CULT [SPOILER]

Permettetemi di analizzare tre scene presenti di Akira di una intensità incredibile:

-          La prima, forse la più famosa, è quella della corsa in moto che vede confrontarsi le due gang di mototeppisti. L’animazione è superba: il movimento è accentuato dalle scie tracciate visivamente dai fanali delle moto che disegnano il movimento accompagnando lo spettatore al fulcro della scena, il tutto supportato dallo splendido panorama sullo sfondo (costituito da più disegni sovrapposti e messi in movimento) che accresce la percezione della velocità e della profondità di scena. Voglio sottolineare l’incredibile analogia evocativa della scena con il Manifesto del Futurismo Italiano di F.T. Marinetti: l’opera del letterato italiano descrive lo spirito giovane dei progressisti che non cercano alcun legame con il passato, la cui banalità morale e retorica è sostituita da un futuro senza destino, senza un fine ultimo se non la violenza, l’ultima ratio umana. L’acciaio dei veicoli è l’unica certezza, l’unica passione di un mondo che ha perso la sua coerenza.

Non a caso il potere del governo presentatoci sembra esprimere uno stato di profonda crisi nei confronti della vita, così come il futurismo italiano si è riversato poi nella corrente antipolitica del fascismo, sbocciata in grande periodo di crisi. In entrambi i contesti il destino del mondo sembra smarrire il significato della vita umana. L’altra somiglianza che vorrei sottolineare riguarda le panoramiche della città, dove vengono inquadrati durante la corsa vertiginosi grattacieli decisamente opprimenti; elementi assai simili sono presenti nelle prime scene di Metropolis di F. Lang (1927!), forse il primo film fantascientifico precursore del genere cyberpunk e di futuri distopici.

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-          La seconda scena è duplice, e consiste nell’apertura e chiusura del film: l’esplosione che annichilisce Tokyo e Neo-Tokyo un evento tragico che implica anche il desiderio di rinascita dei protagonisti e il bisogno di rinnovamento della società. Il disegno del fumetto concorda con la pellicola di Otomo, riducendo al silenzio lo spettatore in entrambi i casi, per l’assenza di vignette descrittive in uno e per il silenzio della colonna sonora nell’altro. Un silenzio assordante.

-          La terza riguarda l’epilogo del film, che procede in un non-luogo dove ascoltiamo una voce affermare: “Io sono Tetsuo”. Sarebbe inutile propinarvi l’interpretazione delle classiche tematiche della ricerca dell’io, spesso presente nelle opere giapponesi, ma bisogna sempre ricordare che questa ricerca di sé è collocata in un’opera di carattere Cyberpunk, ed è il caso di dire che questo genere svolge un inquietante ruolo profetico nei confronti della storia umana. Alla luce di queste considerazioni quell’ammissione d’identità assume molteplici significati che ognuno di noi può collocare negli ambiti più disparati (sociali, filosofici, religiosi, morali).

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Akira e il Cyberpunk

Ho più volte accennato al fatto che Akira sia uno dei più importanti esponenti del genere Cyberpunk. Nato negli anni ’80 come sottogenere fantascientifico, esso permea ormai ogni narrazione sci-fi contemporanea. L’importante lavoro di autori come W. Gibson con Neuromante o dello stesso Otomo con Akira non sono caratterizzati da una coesione stilistica reale. Dopotutto questo filone è stato teorizzato solo in seguito, quando se ne era decretata la prematura morte (cosa a cui preferisco non credere). La produzione delle opere che ne hanno veicolato il messaggio hanno quindi subito influenze diverse dal loro contesto socio-culturale, ma esprimendosi in maniera comune: lo smarrimento di un destino della società odierna in un sistema capitalistico al limite del cinismo, dove entropia emotiva e utopia tecnologica si fondono per generare una distopia civile tanto angosciante quanto affascinante, che gli autori di questo genere hanno saputo svelare.

Il mondo dopo Akira

Akira ha fatto storia, non c’è dubbio. Se ne riscontrano tracce in opere d’animazione come Evangelion, ma soprattutto con quest’opera l’occidente apre le porte agli anime del Sol Levante. È interessante sentir parlare i fratelli Wachowski dell’influenza che questo anime ha avuto nella creazione di Matrix, di come molti ragazzi recuperavano videocassette nemmeno doppiate o tradotte delle opere nipponiche per guardarle in segreto. Per approfondire queste curiosità consiglio a tutti la raccolta di corti animati Animatrix, ad opera degli stessi W., corredato da speciali che parlano di Akira e delle più grandi opere d’animazione giapponesi.

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Colonna Sonora

Non ho ancora fatto accenni alla colonna sonora di Akira. Se vi aspettate musica elettronica o dance, beh vi sbagliate di grosso. La colonna sonora di Shoji Yamashiro  è caratterizzata da composizioni tribali dai toni solenni supportati da variegati cori, un elemento che stride volutamente con l’atmosfera del film. La scelta contrastante è di grande effetto suggestivo. Consiglio vivamente a tutti la versione blue-ray di Akira edita dalla Dynit. Il sistema di registrazione della traccia audio si basa sulla innovativa tecnologia dell’Hypersonic Effect: tramite la registrazione di suoni ad alta frequenza, non percepibili comunemente dall’orecchio umano, si provoca una stimolazione neurale che permette di interiorizzare il suono, tanto da non risultare sgradevole nemmeno ad volume elevato. Scelta innovativa supportata da alcuni studi dell’università di Chiba (lo stesso Yamashiro è un professore che si dedica agli studi ambientali informatici, ingegneria e scienze della percezione).

Ecco, ancora una volta non ci sono riuscito, vero? Non sono in grado di esprimere la totalità di Akira, spero però che tramite questo polpettone possiate comprendere quanto sia stato innovativo e quanto ancora oggi sia attuale e irraggiungibile questo capolavoro che ha travalicato ogni confine materiale e non.