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Massimo Citi ripercorre per noi parte della carriera di uno scrittore tanto interessante quanto, purtroppo, poco prolifico.

masali-i biplani di d'annunzio

I Biplani di D’Annunzio di Luca Masali ha vinto il premio Urania 1995 ed è uscito nel 1996. Si tratta per certi versi di un romanzo classico di viaggi nel tempo, con la consueta cricca di perfidissimi che tentano di modificare il passato a proprio uso e consumo. Ma la cosa interessante (e deliziosamente ambigua) sono riflessi e conseguenze del cambiamento. I nazionalisti Russi del 2000  e passa, in combutta con i cetnici hanno infatti deciso di modificare il passato, facendo vincere la Prima Guerra Mondiale agli Imperi Centrali, impedendo così la disgregazione dell’Austria-Ungheria e la nascita della Jugoslavia. Il corollario ovvio di questo progetto, che non solo corona il sogno della Grande Serbia ma anche quello della Rinascita Slava e del Panslavismo degli estremisti di destra russi, è che né nazismo né olocausto hanno avuto spazio nella storia di questo secolo…  Non so quanto fosse cosciente lo stesso autore di questi sviluppi del suo romanzo (sarebbe un’interessante domanda da fargli, questa) dal momento che non ne accenna mai, fatto sta che la sua Europa che nel 1921 combatte ancora la Prima Guerra Mondiale ha il malinconico e terribile fascino di un mondo possibile e, per certi aspetti, preferibile al nostro. Nel suo romanzo appare un cospicuo numero di personaggi e comparse dai nomi altisonanti come Hermann Goering o Gabriele D’Annunzio, ma anche mafiosi italiani arricchitisi con il traffico d’armi verso la Bosnia, macellai serbi-bosniaci, giornalisti internet, pattuglie di Arditi e cavallereschi piloti dei velivoli della Grande Guerra, un cast non facile da tenere sotto controllo ma che l’autore conduce felicemente  fino alla parola fine senza dare la sensazione di giocare con nomi e fatti.

lucamasali

Masali riesce a sostenere più vicende parallele che si muovono in tempi e luoghi differenti grazie a un invidiabile senso del ritmo  e  valendosi di uno stile rapido e sciolto, spesso brillante. La sf italiana, vittima di inconsulti pruriti intellettuali dettati dalla coscienza di essere solo un povero genere minoritario nella patria dei Bevilacqua e dei Salvalaggio, ha evidentemente cambiato pelle. Masali si sforza di divertire il lettore, ma lascia spazio a riflessioni e interrogativi tutt’altro che banali. Ho ritrovato qui il piacere del pastiche, che ritenevo esclusivo patrimonio dello Steampunk anglosassone, del gusto di riinventare situazioni, personaggi, luoghi, storie. In breve: mi sono divertito e ho persino imparato qualcosa.

Difetti? A tratti un sentore di eccessivo tecnicismo nelle descrizioni dei velivoli (parola dannunziana, peraltro), un  piacere da collezionista di modellini nello sfoggiare termini tecnici e nozioni sul volo, ma è l’unico lieve inciampo di alcune sue pagine.

Impagabile, in ogni caso, il suo D’Annunzio che pure malsopportavo al liceo e che ho felicemente ritrovato qui: raffinato, blasé, decadente, temerario, squisito e divertente.

masali-la perla alla fine del mondo

Sono così giunto a La perla alla fine del mondo, edito da Mondadori in un Speciale di Urania, carico di legittime aspettative. Non del tutto esaudite, per essere sincero.

Masali è uno scrittore d’avventura «serio», e qui per serietà intendo la necessità/curiosità di documentarsi scrupolosamente sull’ambiente, la storia e la cultura del periodo/luogo che si intende trattare, e la Perla ha sicuramente l’enorme  – davvero enorme, a pensarci bene – pregio di divulgare aspetti e caratteristiche della cultura araba e della religione islamica che altrimenti ben difficilmente sarebbero giunti in mano a molti lettori italiani. Con tutto ciò, quello che finisce per funzionare meno del romanzo di Masali è proprio la machina fantascientifica. Il romanzo è la narrazione dei tentativi di una fazione fondamentalista islamica del remoto futuro di impadronirsi dell’antico segreto dell’immortalità custodito in una grotta del Sahara, apparentemente contrastata (solo apparentemente) dagli emissari del futuro Impero Neo-Ottomano e da un sant’uomo – l’Imam nascosto – custode del “fiore dell’Islam”. In questa battaglia – ambientata nel 1924 – sono coinvolti, loro malgrado, anche l’aviatore Matteo Campini, già protagonista de I Biplani di D’Annunzio, e monsieur Citroën, ed è inevitabile che salti in mente il riferimento all’Arca dell’Alleanza e la chiesa dei Crociati di Indiana Jones – pur in assenza di nazisti. Per scrivere un romanzo all’altezza di simili riferimenti bisogna avere senso del tempo e destrezza nel definire le scansioni della vicenda, abilità nel creare eventi spettacolari, fiuto nell’escogitare coincidenze incredibili ma verosimili, nel disegnare fondali suggestivi, e nel riciclare con raffinata abilità elementi tipici dell’avventura (qui la Legione Straniera). Doti non certo di tutti, e Masali è il tipo di scrittore capace di condurre in porto imprese del genere. Fatto sta che La Perla mi ha sedotto molto meno dei Biplani, un po’ perché Campini sembra spesso rimanere estraneo alla vicenda, un po’ perché la ricostruzione del nostri anni ’20 è parsa meno scorrevole e più scontata, un po’ perché troppo spesso nei dialoghi i personaggi ostentavano un lessico troppo recente per risultare verosimile negli anni del fox-trot e, infine, perché l’agnizione finale del personaggio di Corinne appare con tutta evidenza una risorsa escogitata sul momento piuttosto che il frutto di un progetto meditato.

Quasi a conferma di questa difficoltà nel padroneggiare completamente la vicenda, i viaggi nel tempo de La Perla appaiono un macchinoso escamotage non sempre ineccepibile, foriero di paradossi a catena per un lettore nemmeno troppo distratto.

Bastano questi elementi a catalogare il romanzo di Masali come un fiasco?

No. Per quanto scritto più affrettatamente e con ambizioni probabilmente eccessive, La Perla testimonia abbondantemente delle capacità non comuni di Masali, permettendoci  di attendere con fiducia la sua terza prova.

masali-la balena nel cielo

La balena del cielo di Luca Masali non è esattamente una novità. Pubblicato nel 2008 da Sironi l’ho letto tempo fa ma dimenticandomi di inserirlo tra i libri recensibili.
Sono tre racconti di lunghezza decrescente, ambientato il primo sul lago di Garda, nel 1927, il secondo a fianco di Nobile sul dirigibile Italia nel 1928, il terzo a Guernica nell’aprile del 1937. Protagonista ancora una volta il capitano triestino Matteo Campini, ex-aviatore dell’Imperial-regia aeronautica austriaca divenuto italiano soltanto alla fine della Prima Guerra Mondiale. L’antologia è anche la terza e ultima parte delle gesta del capitano Campini. Curioso tipo di fantastico, quello di Masali, accortamente ritagliato nelle pagine meno note di storie peraltro famose. Delle vicende dei suoi personaggi, vissuti nella prima metà del secolo scorso, non rimane – non casualmente – nessuna traccia. Una storia «irregolare», curiosamente simile ma qualitativamente molto superiore a certi episodi di X-FILES, perfetta per personaggi abbozzati con cura e humour. Una produzione non abbondante, quella di Masali, e per certi versi assai poco italiana. Davvero un pregio, visti i tempi che corrono.

RASSOR-Z-shape

Copertina per una nuova frontiera, quello che vedete è uno dei prototipi di RASSOR, ovvero uno dei robot studiati per fare da minatore su altri pianeti. Sì, operare con gravità ridotta rispetto a quella terrestre e uso dei materiali locali per costruire. Non a caso lo si sta testando per gravità simili a quella lunare. Una delle “R” dell’acronimo che da il nome a questi robot sta per regolite… Base Luna? Qualcuno ha detto Base Luna?

Cambiamo argomento per segnalare un’iniziativa, il XIX Trofeo RiLL. Di seguito il comunicato dell’associazione.

Sono aperte sino al prossimo 20 marzo le iscrizioni al XIX Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, uno dei piu´ longevi premi letterari italiani per racconti fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, per tutte le storie che si pongano, per trama o personaggi, al di la´ del “reale” e del “verosimile”.

Il Trofeo RiLL e´ organizzato senza scopo di lucro dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, attiva da oltre vent´anni. Sono piu´ di 200 i racconti che partecipano a ogni edizione, provenienti dall´Italia e dall´estero (Australia, Canada, Giappone, USA, e paesi dell´Unione Europea).

I dieci racconti finalisti del XIX Trofeo RiLL saranno scelti da RiLL fra tutte le opere pervenute, che saranno valutate in forma anonima, considerando in particolare l´originalita´ della storia e la qualita´ della scrittura.
I risultati finali del concorso saranno poi stabiliti dalla Giuria Nazionale, formata da scrittori (tra cui Donato Altomare, Mariangela Cerrino, Francesco Dimitri, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Mongai, Massimo Pietroselli e Sergio Valzania), giornalisti e autori di giochi (fra gli altri: Andrea Angiolino, Renato Genovese, Luca Giuliano e Beniamino Sidoti).

I migliori racconti del XIX Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza nessun costo/ contributo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del premio (collana “Mondi Incantati”, ed. Wild Boar).
L’autore del racconto vincitore ricevera´ inoltre 250 euro da RiLL, una penna stilografica Columbus 1918 (offerta dalla ditta Santara) e un buono acquisto di 100 euro in prodotti della Wild Boar Edizioni.

La premiazione del XIX Trofeo RiLL si svolgera´ nel novembre 2013, nel corso del festival internazionale Lucca Comics & Games, che da sempre patrocina le antologie del concorso. Ogni volume della collana “Mondi Incantati” ospita sia racconti di autori premiati nell´ambito del Trofeo RiLL (o di altri concorsi banditi da RiLL) sia racconti di scrittori membri della giuria.
L´antologia piu´ recente della collana e´ “Il Carnevale dell’Uomo Cervo e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni”, che prende il nome dal racconto horror vincitore del XVIII Trofeo RiLL, opera del torinese Luigi Musolino. In attach la copertina del libro, disegnata dall´illustratrice Valeria De Caterini.
Tutti gli autori partecipanti al XIX Trofeo RiLL riceveranno in omaggio una copia dell´antologia.

Per maggiori informazioni si rimanda al bando del XIX Trofeo RiLL (disponibile sul sito) e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana “Mondi Incantati”.

E ora il palinsesto di questa settimana:

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Pubblichiamo qui un estratto di un saggio di Massimo Citi (citato in apertura) per aprire il fronte steampunk nella nostra blogzine. Il brano contiene un intervento di Silvia Treves.

Nota: per un errore era stata diffusa una versione errata dell’articolo. Me ne scuso con l’interessato e con i lettori. (Angelo Benuzzi)

Fuori tempo massimo: lo steampunk (da “Morte e trasfigurazione del Cyberpunk”)

Steampunk, letteralmente “punk a vapore”. Denota un sottogenere del Cyberpunk, la cui caratteristica essenziale è quella di ambientare le vicende in epoca vittoriana, modificando o meno il quadro storico e obbligando personaggi serissimi e definitivamente consegnati alla storia (La Regina Vittoria, Lord Kelvin, Louis Agassiz, Charles Babbage ecc. ecc.) a folli pratiche e imprese invereconde.

Diversi autori di Cyber si sono cimentati nel genere con esiti generalmente positivi. Inutile tuttavia sottolineare che per sua stessa natura lo Steampunk implica un grado di conoscenza storico / letteraria della seconda metà dell’Ottocento che non è troppo comune. Questo non perché Defilippo, Tim Powers, J.Blaylock, K.W.Jeter e compagnia bella siano degli insopportabili snob ma perché una parte del piacere dei loro testi sta nella parodia, nella deformazione, nella citazione di personaggi e opere.

Vi è un tratto caratteristico dello Steampunk che trovo particolarmente felice. Nel reinventare alla perfezione l’epoca Vittoriana (scelta perché costituisce l’alba dell’industrializzazione moderna, quindi anche il locus dal quale dipanare eventi alternativi) gli autori Steampunk uniscono felicemente realtà e fantasmi letterari. Conseguentemente un Dracula che arriva al cospetto della Regina Vittoria è assolutamente normale, come è normale incontrare il Dottor Frankenstein a una conferenza alla Royal Academy o incontrare Sherlock Holmes a un concerto della Royal Philarmonic.

Confesso che questo genere di contaminazioni mi regalano il piacere un po’ infantile di poter leggere frammenti e scampoli di storie di personaggi che mi sono cari come fratelli e amici, senza dovermi preoccupare di verificare quanto sono simili a quelli immaginati dall’autore originale. Si tratta di un metaverso tutto letterario/storico, un’Irrealtà Virtuale ingombra di pratiche tecnico- scientifiche semidimenticate, di illusioni grandiose sulla natura del mondo, di un positivismo pasticcione e generoso che determina immancabilmente qualche catastrofe, un mondo che seduce e regala un piacere intenso anche se un po’ malinconico.

kwjeter-infernal devices

Per gli amanti del genere che sospetto essere, perlomeno in Italia, non fittissima scarsa schiera, segnalo l’esistenza di un divertentissimo romanzo di K.W. Jeter, Le macchine infernali, Mondadori Urania n° 1335. Protagonista un orologiaio londinese, erede di ben più degno padre, che vivacchia, nella Londra vittoriana, dei resti del genio paterno. Questo perlomeno finchè non incontra sulla sua strada un misterioso individuo dalla pelle nera e lucida, un impresario circense senza scrupoli, la sua equivoca compagna, la signorina McThane, e il folle Lord Bendray con la sua Armonica del Cataclisma.

 

Così il povero George Downer si trova costretto ad assumere gli scomodi panni del salvatore della Terra, cercando di sopravvivere alla minaccia di ibridi ittio-umani che ricordano molto i simpatici mostri marini de la Maschera di Innmouth di H.P. Lovecraft, a scienziati pazzi, automi impazziti e fondamentalisti religioni di opposte confessioni.

C’è di tutto nel romanzo di Jeter, basta cercare con attenzione. Vi si possono ritrovare, egregiamente reinterpretati, tutti gli stilemi del romanzo d’avventura à la Jules Verne, del racconto gotico e della novella di anticipazione nella sua accezione pre-americana e pre-FS. Letteralmente un piccolo gioiello, peraltro tradotto con colpevolissimo ritardo in Italia (l’edizione originale è del 1987) e confinato in una collana per edicole (la lingua batte…)

Cercatelo. Ne vale la pena.

L’antologia di Paul Di Filippo pubblicata dalla Nord nella collana Argento porta il titolo definitivo di Steampunk. Raccoglie tre racconti lunghi: Vittoria, Il feticcio rubato, Walt ed Emily.

Il primo è la storia della scomparsa della Regina Vittoria giovane, sulle cui tracce si gettano William Lamb, secondo visconte di Melbourne, primo ministro dell’Impero e lo scienziato Cosmo Cowperthwait aiutato dal suo servitore yankee, Nails (Unghie) McGroaty. A sostituire sul trono la Regina Vittoria Cowperthwait “presta” a Lord Melbourne Vittoria, un ibrido umanoide ottenuto dal trapianto di cellule umane in una tritona (o qualcosa del genere).

Senonchè la giovane Vittoria – l’umanoide – è una creatura non solo dolce e affettuosa ma anche, per un’inattesa conseguenza dell’esperimento, un’assatanata sessualmente insaziabile.

La regina Vittoria viene poi ritrovata, ma nel frattempo il povero Lord Melbourne, amante della giovane regina, si trova a sperimentare personalmente la furia erotica dell’inconsueto mostro di Frankenstein prodotto da Cosmo Cowperthwait.

Il secondo racconto, il più lungo, ha per protagonista Louis Agassiz, l’ultimo dei grandi naturalisti antievoluzionisti (nonchè convinto razzista) ed è una geniale sarabanda ricalcata sul miglior Chesterton, che vede tra i protagonisti e comprimari la figlia della Venere Ottentotta, H.P.Lovecraft e il suo amato mostro marino, Dagon.

Nell’ultimo racconto i protagonisti sono Walt Whitman e Emily Dickinson, coinvolti in un un tentativo di raggiungere il regno dei morti per mezzo della sostanza ectoplastica prodotta da una medium.

Accanto al registro parodistico se ne coglie qui uno malinconico ed elegiaco, evidentemente ispirato all’affetto per i due grandi poeti che Di Filippo ha scelto come protagonisti.

Whitman e la Dickinson si conoscono e giungono ad amarsi, ma poi lei sceglie di restare fedele a se stessa:

 

“…Per ogni ora amata/ dura elemosina di anni / centesimi amaramente disputati / e Scrigni pieni di Lacrime…” Scrive la Dickinson al termine della sua avventura a testimoniare che il racconto è anche biografia fantastica e tributo d’amore.

Un libro sinceramente consigliabile anche per chi non legge abitualmente SF: sorprendente, buffo, inesauribile.

 

Ultimo libro del carniere Il Diario segreto di Phileas Fogg, di Philip Josè Farmer, uscito in edizione originale nel 1973, pubblicato una prima volta in Urania nel 1990 e ristampato nei Classici Urania, con la traduzione di Riccardo Valla.

P.J. Farmer, oltre che l’autore de Il Ciclo del Fiume (Riverworld) – un colossale e ambizioso pastiche storico-letterario-mistico-FS, che vanta tra i protagonisti Sam Clemens (Mark Twain), Hermann Goering, Alice Liddell di Alice nel paese della Meraviglie e Richard Francis Burton, esploratore e primo traduttore in lingua inglese delle Mille e Una notte – viene tuttora celebrato per aver pubblicato il primo romanzo breve di sf nel quale vi fosse sesso esplicito (Un amore a Siddo) e per il suo gusto scatenato per le contaminazioni, le riletture, le parodie letterarie.

Il diario segreto di Phileas Fogg, ovvero ciò che Jules Verne non poteva sapere del suo personaggio, è un eccellente esempio del talento malsano di Farmer nello scombinare le carte altrui, riunendo in un unico romanzo un personaggio letteralmente proverbiale come Phileas Fogg e un vero mito letterario come il Capitano Nemo e rendendoli, per ragioni di plot, acerrimi nemici, esponenti di due razze aliene che da tempo immemorabile utilizzano la Terra come teatro dei loro scontri.

Scritto in forma di chiosa al testo di Verne, del quale riprende alcuni passaggi, il diario segreto spiega talune contraddizioni del testo originale, illustra ciò che Verne non riferiva, approfondisce il personaggio dell’Ispettore Fix donandogli imprevedibili sfaccettature umane e termina con un’allusione alle ulteriori imprese del Capitano Nemo che, sconfitto, assumerà il nome di Moriarty, ossia « colui che Watson chiama James Moriarty.»

Venato di affettuoso umorismo e animato da un ritmo degno di G.K. Chesterton il Diario Segreto è un testo precursore del genere Steampunk, affermatosi più avanti. Ma oltre a questo è anche il compagno ideale per un viaggio in treno o per una tranquilla serata a casa. Non una cosa da poco, per un libro.

E adesso, dal momento che Silvia Treves si è incapricciato del genere (e la colpa è anche mia), mi tocca ospitare un suo intervento su un altro titolo steampunk.

Questo è un (modesto) contributo alla rubrica, in un certo senso commissionato da Massimo: il libro che segue è stato un suo regalo.

J.P. Blaylock è uno steampunker made in USA. Di lui avevo già letto un racconto breve e delicato, Draghi di carta, che conteneva in nuce molti suoi temi peculiari: la scienza positivista e accademica alle prese con fenomeni che esorbitano la sua capacità di spiegare, scienziati affiliati a società segrete che indagano in direzioni inaccettabili, l’unione feconda di gioco e indagine scientifica.

In questo Homunculus tutti questi ingredienti si mescolano felicemente con il feuilleton, la narrativa d’avventura e il romanzo psicologico di epoca vittoriana. L’azione si svolge in una Londra alla Dickens, dove alla vita ordinata dei quartieri borghesi, dell’Accademia delle Scienze, dei benestanti fa da contraltare l’esistenza grama degli abitanti dei bassifondi e, fra loro, di criminali, affiliati a sette segrete, studiosi dalle pratiche negromantiche. I buoni e i cattivi sono quelli del romanzo d’appendice: giovani onesti privati di nome e ricchezze, umili che riscattano col coraggio una vita miserevole, fanciulle concupite da malvagi e rapite alla famiglia, eroi che mettono esperienza e valore al servizio della giusta causa, domestici devoti, scienziati-stregoni, miliardari depravati che vampirizzano il proletariato, studiosi solitari e misantropi alla ricerca del potere.

Ma poichè questo è un delizioso pastiche, i buoni sono tutti membri di un club che promuove i voli spaziali, i devoti domestici sono colti ed eleganti, gli umili leggono testi di filosofia alla luce dei lampioni a gas e lo studioso misantropo è affetto da un’acne devastante che lo conduce alla rovina. Il testo ha pagine esilaranti, come quelle in cui, col passo accelerato di Chesterton, il laboratorio dello scienziato buono viene distrutto e la sua nave spaziale, fatta decollare accidentalmente, si alza nei cieli della campagna inglese per schiantarsi contro il granaio di Lord Kelvin (personaggio anche di “La macchina di Lord Kelvin” – Urania 1994), sotto gli occhi stupefatti dei villici pronti a dare la caccia al “maledetto ‘lieno”.*

I difetti, però, non sono lievi. Il testo è dispersivo, a tratti prolisso, come se l’autore avesse esplorato varie possibilità senza privilegiarne alcuna. Ridotto di un terzo, il romanzo ne avrebbe sicuramente guadagnato. Il vero problema, però, è lo stile. La scelta di Blaylock di imitare il Dickens più ampolloso avrebbe anche potuto essere divertente e accentuare l’effetto straniante della narrazione. Ma l’esito non è felice e il lettore inciampa troppo spesso in frasi contorte e treni di aggettivi trascinati da sostantivi inadeguati.

Sullo stile nutrivo molte perplessità, perché Draghi di carta non era affatto faticoso da leggere. Poi, dopo aver gustato alcune scorrevolissime pagine de La macchina di Lord Kelvin, ho avuto la mia agnizione. Giro quindi ogni domanda in proposito a Valeria Reggi e Gino Scatasta, traduttori del testo di Bompiani ma non di quello di Urania.

Nota di redazione: abbiamo recensito la trilogia steampunk di Paul Di Filippo (qui), il romanzo “Le porte di Anubis” di Tim Powers (qui) e infine pubblicato un’intervista a J.P. Blaylock (qui); buona lettura!

riccardo valla

Apriamo questa nuova settimana ricordando una persona di grande spessore umano e professionale, scomparso da pochi giorni.

Si tratta di Riccardo Valla, autore e traduttore, articolista di vaglia e grande appassionato di narrativa. A lui la nostra copertina e tutto il nostro rispetto, sentimento che pensiamo essere condiviso da tutti gli appassionati italiani. Era una persona schiva e poco portata per le celebrazioni pubbliche, forse sarebbe stato imbarazzato dagli articoli che gli sono stati dedicati in questi giorni. In ogni caso a lui va un pensiero di ringraziamento per tutto l’impegno e l’intelligenza che ha saputo profondere nel suo lavoro nell’arco di decenni.

Come sempre bisogna guardare avanti e lo facciamo anche proponendovi il programma di questa settimana:

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Alessio Brugnoli

Il canto oscuro (2012)

Kipple Officina Libraria

Collana Avatar

Pagg. 176

ISBN Libro 978-88-95414-75-1

ISBN Ebook 978-88-95414-72-0

Link alla scheda del libro sul sito della Kipple.

Quarta di copertina.

Il romanzo, vincitore del Premio Kipple 2011, propone al lettore un ottimo esempio di steampunk di ambientazione romana: un panorama d’inizio secolo in cui le sorprese tecnologiche non mancano e l’azione si snoda tra eleganti teatri dell’opera, antiche residenze decadute, bische e la classica Roma “sparita”. Sullo sfondo di un’indagine, avviata per scoprire il responsabile di un crimine, si muove il principe Andrea il quale diventerà, suo malgrado, testimone di un tempo di trasformazione, un tempo che segnerà l’avvento di un nuovo modo di concepire l’elaborazione elettronica.

Recensione.

Lo steampunk è diventato un sotto genere a rischio per chi ci si vuole avventurare. Schiacciato tra i canoni che lo vorrebbero di ambientazione pseudo vittoriana e un livello di speculazione imbarazzante per cui si è spacciato come steampunk qualsiasi cosa dove comparisse un dirigibile o una macchina a vapore. Per fortuna c’è ancora chi si ricorda come proporre narrativa di genere senza questi estremi, aggiungendo alla cosa la carica emotiva di un esordiente.

Alessio Brugnoli si presenta ai lettori con un romanzo breve ma molto denso, ambientato in una Roma particolarissima che finisce per essere la coprotagonista di tutte le vicende narrate. Le note ucroniche rimangono sullo sfondo, accennate qui e là per dare colore ad alcune fasi del testo e farci riflettere mentre testimoniamo una città rimasta sospesa tra un 1860 alternativo e un inizio del ‘900 che vuole trainarla di forza nel futuro.

A guidarci in questo viaggio spazio temporale il principe ereditario della famiglia Conti, un eroe riluttante che agisce come punto di contatto tra la nobiltà romana, l’ambiente accademico, il popolino, le parti più oscure del clero vaticano e le trasformazioni economiche e tecnologiche, non dimenticando nel frattempo di cercare di sbrogliare un probabile caso di omicidio.

In questo romanzo ci sono almeno tre diverse linee di lettura. La prima, quella più logica, è quella di seguire lo sviluppo della trama; la seconda è quella di andare a scoprire tutti i riferimenti alle tecnologie possibili o realmente presenti nella nostra storia e infine la terza, quella di partire alla ricerca di tutti i personaggi storici citati o presenti in questa Roma sospesa tra passato e futuro per scoprire quanti di loro siano divenuti in qualche modo ucronici o siano rimasti fedeli alla versione che conosciamo.

Brugnoli mostra un livello notevole di cura dei particolari e un certo polso nel dare il ritmo alla narrazione, cosa insolita per un esordiente. Dovendo sottolineare anche le aree più carenti di questo romanzo non si può sottolineare come alcune parti della trama avrebbero meritato più spazio, ivi compresa la conclusione. Non avrebbe guastato neppure un approfondimento di alcuni personaggi, che risultano essere meno definiti di quanto sarebbe stato opportuno dato il contesto generale.

Classe 1973, Alessio Brugnoli, laurea in Ingegneria delle Telecomunicazioni, è autore di testi sulla teoria del caos e sul marketing e curatore d’arte. Attivo sul fronte delle avanguardie artistiche, s’interessa anche di tematiche legate al Futurismo, alla SF e alla robotica. Collabora con la rivista Next. Nel 2011 si aggiudica il Premio Kipple 2011. Il Canto Oscuro, testo risultato vincitore, è il suo primo romanzo.

Ecco qua l’intervista con James P. Blaylock, lo scrittore americano autore di “Homunculus” e di “The Digging Leviatan”, uno dei padri del genere Steampunk. Al termine della versione in Italiano troverete l’intervista originale in lingua inglese.Ringrazio James P. Blaylock per la sua gentilezza.
Here the interview with James P. Blaylock , American writer autor of “Homunculus” and “The Digging Leviathan”, one of the fathers of the genre Steampunk .
At the end of the Italian version will find the original interview in English.
I thank James P. Blaylock for his kindness.

Nick: Ciao James, benvenuto su Nocturnia, grazie per aver accettato
quest’intervista. Ti chiedo di parlarci dei tuoi inizi : le tue prime letture,
gli scrittori che ti hanno formato e i romanzi che ti hanno maggiormente
appassionato (questo nauralmente vale anche per film, serie tv e altro)

James: Ho iniziato a leggere a circa 8 anni, quando mia madre mi ha comprato delle copie di “Tom Sawyer” e “Huckleberry Finn”. Ricordo di aver letto entrambi i libri più e più volte nel corso dei successivi due anni, dopo ho anche cercato tra i libri di mia madre per trovare qualcosa di altrettanto buono. Quello che ho scoperto, tra gli altri libri, è stato “Il Ritorno di Sherlock Holmes”, che mi ha lasciato il gusto per la lingua e per l’atmosfera nebbiosa / gotica delle storie. Mia madre, vedendo che mi stavo dedicando ai libri, ha cominciato a portarmi in biblioteca, dove ho trovato Jules Verne, HG Wells e Edgar Rice Burroughs. Mi ricordo di aver letto “First Men in The Moon”, “L’Isola Misteriosa, i libri diTarzan, ecc, fino a quando ho letto tutto quello che avevano sugli scaffali di Verne,WellsBurroughs. Nel frattempo, continuavo a leggere i libri che trovavo a casa, in particolare Steimbeck e Poe.Fui anche fortemente influenzato da due film che uscirono quando avevo 9 o 10 anni – The Fabulous World of Jules Verne e The Fabulous Baron Munchausen, entrambi diretti da Karel Zeiman, un regista ceco. Spesso mi riconoscono il merito di aver pubblicato la prima storia Steampunk, ma in realtà sono quei film che sono puro Steampunk.

Nick: Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Parliamo dei tuoi primi passi
come autore.

James: Ho deciso di diventare uno scrittore quando ho venduto il mio primo romanzo a Del Rey Books intorno al 1980. Prima di allora ho semplicemente scritto per il gusto di farlo, anche se avevo già venduto storie. Non avevo idea che potesse diventare una carriera, però. In quel momento lavoravo come falegname e insegnante part-time al college. Quando ero molto più giovane, ed ero influenzato dalla lettura di Steimbeck, scrivevo dei paragrafi di apertura nello stile di Steimbeck. Non andavo mai oltre il primo paio di paragrafi, però, perché non avevo veramente una storia da raccontare, era semplicemente l’amore per la lingua e per le descrizioni.
Quando avevo 11 anni, ho scritto il mio primo racconto dopo aver sentito parlare del film Macabre, che davo per scontato che fosse scritto da McCobb.
La storia parlava di uno scheletro maligno che fumava la pipa di pannocchia e terrorizzava una famiglia in una casa colonica.
Quando avevo 13 anni ho scritto poi diverse altre storie,una su uno sterminatore di topi che si ubriaca e fa braciole di sua moglie con un coltello, e un altro su un terreno nelle fogne in cui vivono bucce di banana e torsoli di mela parlanti. Tuttavia, è stato solo quando alla scuola di specializzazione ho conosciuto Tim Powers e un paio di altri amici scrittori che ho iniziato a scrivere più seriamente e a spedire i miei lavori agli editori.

Nick: Adesso ti chiedo di tornare con la memoria ad un periodo che ha cambiato la storia della fantascienza (e della letteratura tout court) all’epoca della tua
conoscenza con Tim Powers e KW Jeter,l’influenza di Philip K. Dick e la nascita dello Steampunk.

James: Ho conosciuto Tim all’Università e diventammo subito amici. Entrambi stavamo scrivendo delle storie che spedivamo fuori agli editori.Lui aveva venduto una poesia alla rivista Amra ed era un lettore di fantasy e sf.
Io, invece trascorrevo la maggior parte del mio tempo libero in spiaggia.
Nel due anni successivi ho incontrato KW, che era presso la stessa università, ma lui era un sociology major, mentre Tim e io eravamo literatury major Dopo molto tempo Tim e io creammo il poeta William Aschbless ( Nota di Nick: un personaggio immaginario nato per scherzo e poi diventato il protagonista di molte storie, vedi QUI) e Tim mi ha fatto conoscere Phil Dick.
Dopo la laurea mia moglie e io ci trasferimmo a nord della California, dove trascorsi un anno lì, e poi mi trasferì di nuovo nella città di Orange, nel centro della Orange County,in quel momento Tim viveva in un appartamento a Santa Ana,a circa due o tre chilometri di distanza. K.W abitava a un paio di isolati da Tim, e anche Phil viveva nelle vicinanze. Siamo usciti insieme un bel po’, ma c’erano molte più probabilità che discutessimo di film o musica, o gatti o automobili che di libri. Mentre Tim e K.W. hanno influenzato la direzione della mia scrittura, Phil non lo ha fatto. E’ sempre rimasto un amico piuttosto che un mentore.

Nick: Ti va di parlarci di quel periodo e di quei romanzi?

James: In quel periodo, ho scritto “The Ape-box Affair”, che ho venduto a Unearth Magazine, e in seguito ” The Hole in Space “, che ho venduto ad una rivista chiamata StarWind, che purtroppo fallì prima che la storia fosse pubblicata.K.W mi consigliava sempre libri, in particolare gli scritti londinesi di Henry Mayhew, che hanno avuto un’influenza enorme sul mio modo di scrivere e ce l’hanno tuttora.Io in quel periodo stavo leggendo Robert Louis Stevenson, in particolare The New Arabian Nights e Jekyll e Hyde. Tim mi diede due volumi delle storie di PG Wodehouse,, fu quindi la combinazione tra Wodehouse e Stevenson che mi ispirò The Ape-box Affair” S e le storie brevi Steampunk che seguirono. Scrissi una lunga storia breve su uno scheletro che pilotava un dirigibile, ma la storia non funzionava. Alcuni anni più tardi si è trasformata nel mio romanzo “Homunculus”.
Nello stesso momento in cui io stavo scrivendo The Ape-box Affair” KW stava scrivendo “La Notte dei Morlock”, e qualche anno dopo Tim scrisse “The Anubis Gates”.. Ovviamente,K.W. pubblicò “Infernal Devices” e ha coniato il famoso termine “Steampunk” circa 10 anni dopo la pubblicazione di “The Ape-box Affair.” Nessuno di noi aveva l’idea che stessimo creando un genere, o che anche altri scrittori avrebbero cominciato a scrivere romanzi Steampunk. Il mio ultimo romanzo Steampunk di quel periodo è stato “La Macchina di Lord Kelvin. Dopo di che, non ho avuto più alcun interesse reale per scrivere altri libri Steampunk per 15 anni o giù di lì.

Nick: Dato che sei unaninemente considerato uno dei padri dello Steampunk. Immaginavate che stavate creando un genere ? E sopratutto qual’è la tua impressione sullo
Steampunk attuale, la sua evoluzione e la sua attuale tendenza?

James: Come ti ho detto, non avevamo idea che stavamo creando un genere, o che altri scrittori ci avrebbero sul serio. Nei primi anni’90 il Dipartimento di Studi Distopici e Utopici dell’Università di Bologna istituì una convention dedicata allo Steampunk inteso come letteratura distopica, con un giorno dedicato ai miei romanzi. Ero stato invitato a parlare, e in effetti la Mondadori aveva appena pubblicato “La Macchina di Lord kelvin”. Sfortunatamente, non avevamo i soldi per i viaggi internazionali, quindi non ho potuto partecipare.
Questo però è stato il primo indizio che qualcosa stava cambiando con lo Steampunk – che veniva preso sul serio come un genere letterario. Tuttavia in America non era stato considerato come un fenomeno culturale, per almeno altri dieci anni o più .
E la popolarità mi ha stupito. Qualche anno fa ho letto una raccolta di racconti di James Norman Hall intitolato Dr. Dogbody Leg, che mi ha ispirato a scrivere ancora Steampunk – due romanzi, “The Ebb Tide” e “The Affair of the Chalk Cliffs”, che sono stati pubblicati dalla Subterranean Press. Ho capito quanto mi sono divertito a scriverli, ed ho continuato a scrivere un romanzo voluminoso intitolato ” The Skull Aylesford”, che sarà pubblicato dalla Titan Books il prossimo gennaio. Ho anche appena terminato una storia Steampunk per un’antologia a cura di Ellen Datlow intitolata Queen Victoria’s Book of Spells .
Sono un po’ stupito dal fatto che mi trovo più interessato adesso allo Steampunk di quanto lo fossi 35 anni fa, quando ne stavo cominciando a scrivere, e io sono particolarmente stupito della sua evoluzione. Amo tutti gli orpelli dello Steampunk, e infatti mentre ti scrivo questo sto volando a Washington DC per discutere sullo Steampunk presso la Biblioteca del Congresso. Trovo che tutto questo sia meraviglioso e strano.

Nick: In passato voi tre avete creato un bellissimo humus culturale collaborando 
tra voi, quale ritieni che sia stato il risultato migliore di questa
collaborazione?

James: Ho scritto “The Ape-box Affair” perché mi è capitato di essere ispirato da Stevenson e Wodehouse. Ma ho continuato a scrivere queste storie per la maggior parte a causa della mia amicizia con Tim e K.W..ù Tutti noi eravamo appassionati di letteratura vittoriana e ci consigliavamo libri gli uni agli altri, ecc, senza la nostra amicizia e senza l’interazione letteraria, non ci sarebbe alcun Steampunk. (Magari sarebbe nato altrove, naturalmente.)

Nick: Vi sentite ancora professionalmente con Powers e Jeter? Collaborerete ancora in futuro?

James: K.W. sta viaggiando in Ecuador, per quanto ne so, ma Tim e io ancora ci incontriamo spesso. E’ difficile dire che cosa porterà il futuro.

Nick: Cos’è per te lo Steampunk? Vorrei una una definizione.

James: Per me,la definizione di Steampunk è puramente letteraria. E’ un risultato del mio amore precoce per la fantascienza vittoriana ed edoardiana e le storie del mistero. Ho letto molte definizioni di Steampunk – che deve per forza aver luogo durante il regno di Vittoria, o che deve coinvolgere i motori a vapore o ad orologeria o cose del genere. Non mi piacciono le definizioni, comunque. Io scrivo oggi Steampunk esattamente per le stesse ragioni per cui ho scritto “The Ape-box Affair” a metà degli anni ’70. A tale proposito, non è cambiato nulla per me.

Nick: Parliamo della tua narrativa. Nei tuoi romanzi riscontro spesso un tema
comune, l’irrompere dell’elemento fantastico nella vita di ogni giorno , che
però s’incontra, felicemente secondo il mio parere, con grosse dosi di
umorismo, quasi come se volessi convincere il lettore a non prendere troppo sul
serio i personaggi.
Sbaglio?

James: Questo è certamente vero per le mie storie Steampunk, nonostante “Lord Kelvin”sia stato più serio,così come lo sarà “The Skull Aylesford”. Detto questo, sono molto serio circa l’ umorismo e sui miei personaggi umoristici. Una cosa che mi piace dei romanzi di Phil Dick è che possono essere divertenti e tragici nella stessa pagina. Il mondo può essere sia divertente e tragico. Ho un grande interesse per gli aspetti favolosi\ fantastici della vita quotidiana. Anche se questo suona stupido a molte persone, ed è troppo complesso, per me, da spiegare qui, in un certo senso io credo nel fantastico. I miei romanzi californiani rivelano la mia comprensione della California.

Nick: Un esempio tipico è il Romanzo ” Homunculus “ (pubblicato anche in Italia)
della serie Langdon St. Ives lì mi è piaciuto molto la tua commistione tra la
Londra Vittoriana e la creazione di creature simili a i morti viventi. Mi è
sembrato di trovare in quel Romanzo echi del Dickens pessimista dell’ultimo
periodo e una esuberanza Barocca .Per la seconda volta, ti chiedo: è una
analisi sbagliata la mia?

James: Credo che tu sia sulla strada giusta.All’epoca stavo leggendo molto di Dickens, e anche di Stevenson – soprattutto Jekyll e Hyde, che spesso rileggo perché mi degli insegnamenti illuminati. Sono felice di averlo scritto che prima che gli zombie diventassero diventato popolari. Quando ho scritto “Homunculus”, ero stato a Londra una sola volta, per circa una settimana. Sono andato in giro alla ricerca di tracce della vecchia Londra, e ne ho trovato un sacco. (Durante i miei viaggi più recenti, ho scoperto che la vecchia Londra è più difficile da trovare, anche se è facile trovare un hamburger MacDonald o un Kentucky Fried Chicken).

Nick: So che dovrebbe uscire un ulteriore libro della serie l’anno prossimo: ” The Ayleford Skull” è vero? e nel caso potresti darci qualche anticipazione sulla trama ?

James: Non voglio svelare troppo della trama, perché condurrebbe troppo lontano. E’ scritto come un mystery. C’è una grossa rapina, fenomeni psichici, rapimenti, la vivisezione, omicidi, ecc L’argomento è troppo serio per essere un libro divertente, anche se non è senza senso dell’umorismo. E’ il mio libro più lungo fino ad oggi.

Nick: Due tuoi racconti: ” Thirteen Phantasms “ e “Paper Dragons” hanno vinto il prestigiosoWORD FANTASY AWARD, cosa significa ottenere queste conferme del
gradimento di colleghi e lettori? E dei premi possono cambiare la Carriera di uno scrittore?

James: Di certo è meraviglioso vincere premi, anche se non necessariamente hanno un grande effetto sulla carriera di uno scrittore. Ho appena saputo che “The Affair of the Chalk Cliffs” è stato nominato per un premio Locus. Ne sono felice. Credo che sia la testimonianza, che, in qualche modo sto ancora scrivendo roba buona . In ultima analisi sono i libri, comunque, e non i premi che definiscono la tua carriera.

Nick: Il tuo lavoro principale è quello dell’insegnante di Inglese e anche di
Scrittura Creativa . In questa veste che consiglio daresti ad un giovane che
intende intraprendere la carriera di scrittore?

James: Il mio consiglio è quello di scrivere, perché è necessario scrivere, perché ti piace e perchè si è costretti a farlo. Se si desidera pubblicare, quindi bisogna inviare il vostro lavoro a vari editori senza sosta. Ci potrebbero volere anni prima di riuscire a vendere qualcosa. Se la pubblicazione è il vostro obiettivo, non durerete. Se invece la scrittura è il vostro obiettivo, si ha una possibilità.
Inoltre, ricorda che gli scrittori non fanno soldi. Trova il lavoro che pagherà l’affitto, e il conto del droghiere. Ho iniziato a insegnare nello stesso anno in cui il mio primo racconto è stato pubblicato, ed è l’insegnamento che paga i miei conti, anche se ho pubblicato in tutto il mondo. Questo non è un problema se si scrive perché si ama scrivere e si è stimolati a scrivere.

Nick: Che differenze riscontri nel mercato editoriale odierno rispetto a quando
hai cominciato tu ?

James: Quando ho iniziato,la Del Rey Books aveva da poco pubblicato La Spada di Shannara, ed era diventato evidente che un romanzo fantasy sarebbe potuto essere un best seller. Lester del Rey comprò i miei primi romanzi, anche se si trattava libri eccentrici, e laAce Books acquistò The“The Digging Leviatan” e “Homunculus”, nonostante il loro essere molto strani ed eccentrici. Penso che sia più difficile vendere libri strani e stravaganti questi giorni. Gli editori hanno acquistato una mentalità più ristretta e troppo ansiosa di trovare i libri che sono evidentemente commercialmente redditizi.

Nick: Il Mondo Editoriale si sta trasformando e con esso il modo di leggere .
Vorrei un tuo parere sulle nuove tecnologie come gli eBook e in che misura
ritieni possano trasformare il mercato ?

James: Hanno già trasformato il mercato. Tutti i miei libri sono tornati in stampa in quel formato. Sempre più persone listanno leggendo . I libri stanno improvvisamente diventando a buon mercato ancora una volta, ed è possibile per i libri strani ed eccentrici per trovare un vasto pubblico. Preferisco di gran lunga la carta, ma credo che gli e-book siano il futuro dell’editoria.

Nick: In conclusione di questa nostra intervista ti chiedo i tuoi programmi
futuri (oltre al già citato “The Aylesford Skull”)

James: Ho accettato di scrivere un paio di storie steampunk e un altra Novella per la Subterranean Press , e poi inizierò un nuovo romanzo, forse Steampunk, forse un sequel al mio prossimo romanzo youg adult, che Subterranean pubblicherà questa estate: “Zeuglodon”,vere le avventure di Kathleen Perkins, Cryptozoologista.

Nick: Bene James, ti ringrazio per la gentilezza e per la tua disponibilità.

James: Piacere mio.

JAMES P. BLAYLOCK: THE ENGLISH VERSION!

Nick: Hello James, welcome to Nocturnia, thanks for accepting this interview. I ask you to tell us about your beginnings: your first
reading, Writers that have formed you and the novels that have more
Fan (of course this also applies to movies, TV series and more)

James P. Blaylock: I started reading at around 8 years old, when my mother bought me copies of Tom Sawyer and Huckleberry Finn. I remember reading both books over and over again for the next couple of years, and also looking through my mother’s books in order to find something equally good. What I found was The Return of Sherlock Holmes, among other books, which gave me a taste for the foggy/gothic atmosphere of the stories and for the language. My mother, seeing that I was devoted to books, started taking me to the library, where I found Jules Verne, H.G. Wells, and Edgar Rice Burroughs. I remember reading First Men in the Moon, The Mysterious Island, the Tarzan books, etc., until I read all the Verne and Wells and Burroughs that they had on the shelf. Meanwhile, I continued to read books I found at home, particularly Steinbeck and Poe. I also was heavily influenced by two films that came out when I was 9 or 10 – The Fabulous World of Jules Verne and The Fabulous Baron Munchhausen, both directed by Karel Zeiman, a Czech director. I often get credit for having published the first Steampunk story, but in fact those to films are pure Steampunk.

Nick: When you decide to become a writer? Let’s talk about your first steps
as a writer.

Blaylock: I decided to be a writer when I sold my first novel to Del Rey Books in around 1980. Before that I simply wrote for the fun of it, although I was selling stories. I had no idea of it being a career, however. I was a carpenter at the time, and a part-time college teacher. When I was much younger, and reading Steinbeck, I wrote opening paragraphs in the style of Steinbeck. I never got farther than the first couple of paragraphs, however, because I didn’t really have a story to tell; I was simply in love with the language and the descriptions. When I was 11, I wrote my first story after hearing about the film Macabre, which I assumed was spelled McCobb. The story involved an evil skeleton that smoked a corncob pipe and terrorized a family in a farmhouse. When I was 13 I wrote several more stories, one about a rat exterminator who gets drunk and chops up his wife with a carving knife, and another about a land in the sewers in which live talking banana peels and apple cores. It wasn’t until I was in graduate school, however, and had met Tim Powers and a couple of other writer friends that I started writing more seriously and mailing my work to publishers.

Nick: Now I ask you to return the memory at a time that changed
History of science fiction (and literature tout court) at the time when you
Met Tim Powers and KW Jeter, the influence of Philip K. Dick and
Birth of Steampunk.

Blaylock: Tim and I met at the university and became friends. Both of us were writing stories and mailing them out. He had sold poetry to Amra magazine and was a fantasy and sf reader. I spent most of my spare time at the beach. In the following couple of years I met K.W., who was at the same university, but was a sociology major, whereas Tim and I were literature majors. Before too long Tim and I created the poet William Ashbless and Tim introduced me to Phil. My wife and I moved to northern California after I graduated, spent a year there, and then moved back to the city of Orange in central Orange County, at which time Tim had an apartment in Santa Ana, about two or three miles away. K.W. lived a couple of blocks from Tim, and Phil also lived nearby. We hung out together quite a bit, however we were as likely to talk about films or music or cats or cars as to talk about books. Whereas Tim and K.W. influenced the direction of my writing, Phil did not. He remained a friend rather than a mentor.

Nick :D o you want to talk about that period and of those novels ?

Blaylock: During that period, I wrote “The Ape-box Affair,” which I sold to Unearth Magazine, and followed that with “The Hole in Space,” which I sold to a magazine called Starwind, which unfortunately died before the story was published. K.W. constantly recommended books, particularly Henry Mayhew’s London books, which were an immense influence on my writing and still are. I was reading Robert Louis Stevenson at the time, particularly The New Arabian Nights and Jekyll and Hyde. Tim gave me two volumes of P. G. Wodehouse’s stories, and it was the combination of Wodehouse and Stevenson that inspired “The Ape-box Affair” and the Steampunk short stories that followed. I wrote a long short story about a skeleton piloting a dirigible, but the story didn’t quite work. Some years later it became my novel Homunculus. At the time that I was writing “The Ape-box Affair” K.W. was writing Morlock Night, and some years later Tim wrote The Anubis Gates. K.W. , of course, published Infernal Devices and famously coined the term “Steampunk” about 10 years after the publication of “The Ape-box Affair.” None of us had any idea that we were creating a genre, or that other writers would begin to write Steampunk novels also. My last Steampunk novel of that era was Lord Kelvin’s Machine. After that, I had no real interest in writing more Steampunk for another 15 years or so.

Nick:You are for all considered one of the fathers of Steampunk. Imagined that
You were creating a genre? And above all, what are your feelings on Steampunk today, its evolution and its current trend?

Blaylock: As I said, we had no idea that we were creating a genre, or that other writers would take it seriously. In the early 90’s the University of Bologna’s Department of Dystopian and Utopian Studies had a convention dedicated to Steampunk as dystopian literature, with a day devoted to my novels. I was invited to speak, and in fact Mondadori had just published Lord Kelvin’s Machine. Unfortunately, we didn’t have the money for international travel, so I couldn’t attend. That was the first hint that something was going on with Steampunk – that it was being taken seriously as a literary genre. It didn’t catch on as a cultural phenomenon in America, however, for another 10 years or more. It’s popularity astonished me. A few years ago I read a collection of short stories by James Norman Hall titled Dr. Dogbody’s Leg, which inspired me to write more Steampunk – two novellas, The Ebb Tide and The Affair of the Chalk Cliffs, which were published by Subterranean Press. I realized how much I enjoyed writing it, and went on to write a lengthier novel titled The Aylesford Skull, which will be published by Titan Books next January. I’ve also just completed a Steampunk story for an anthology edited by Ellen Datlow called Queen Victoria’s Book of Spells. I’m a little astonished that I find myself more interested in Steampunk now than I was 35 years ago when I was first writing it, and I’m particularly astonished at its evolution. I love all the trappings of Steampunk, and in fact as I write this I’m flying to Washington D.C. to talk about Steampunk at the Library of Congress. I find it all both wonderful and strange.

Nick: In the past the three of you have created a wonderful cultural
background working among you, who believe that it was the best result of this
Partnership?

Blaylock: I wrote “The Ape-box Affair” because I happened to be inspired by Stevenson and Wodehouse. But I went on to write more such stories largely because of my friendship with Tim and K.W. All of us were reading Victorian literature, recommending books to each other, etc. Without that friendship, and that literary interaction, there wouldn’t be any Steampunk. (Perhaps it would have arisen elsewhere, of course.)

Nick: you still feel professionally with Powers and Jeter? Will cooperate
again in the future?

Blaylock: K.W. is moving to Ecuador, as far as I know, but Tim and I still see a lot of each other. It’s hard to say what the future will bring.

Nick:What is Steampunk for you? I’d like a definition.

Blaylock : For me, Steampunk is purely literary. It’s a result of my early love of Victorian and Edwardian science fiction and mystery stories. I’ve read definitions of Steampunk – that it must take place during the reign of Victoria, or that it must involve steam engines or clockwork or such things. I don’t like definitions, however. I write Steampunk today for exactly the same reasons that I wrote “The Ape-box Affair” back in the mid 70s. In that regard, nothing has changed for me.

Nick:Let’s talk about your narrative. In your novels often reflected a theme
Common, the eruption fantastic element in everyday life, which but find, happily in my opinion, with large doses of Humor, almost as if I wanted to convince the reader not to take too the characters seriously.
Am I wrong?

Blaylock: That’s certainly true about my Steampunk stories, although Lord Kelvin’s Machine was more serious, as is The Aylesford Skull. That being said, I’m very serious about humor and about my humorous characters. One thing that I like about Phil Dick’s novels is that they can be funny and tragic on the same page. The world can be both funny and tragic. I have a great interest in the fabulous/fantastic aspects of everyday life. Although this will sound silly to many people, and is far too complex for me to explain it here, in some sense I believe in the fantastic. My California novels reveal my understanding of California.

Nick: A typical example is the novel Homunculus (also published in Italy)Langdon St. Ives series there I really enjoyed your own blend of the Victorian London and the creation of creatures like the living dead. I seemed to find in this novel echoes of Dickens’s pessimistic last and an exuberant Baroque period. For the second time, I ask: is a my analysis wrong?

Blaylock: You’re correct, I think. I was reading a lot of Dickens at the time, and Stevenson, too – especially Jekyll and Hyde, which I often re-read because I taught it in lit classes. I’m happy that I wrote that before zombies became particularly popular. When I wrote Homunculus, I had been to London only one time, for about a week. I went around looking for evidence of old London, and found a lot of it. (On more recent trips, I’ve discovered that old London is harder to find, although it’s easy to find a MacDonalds hamburger or Kentucky Fried Chicken.)

Nick:I know I should be out another book in the series next year: The
Aylesford Skull is true? and if you could give us some early on plot?

Blaylock: I don’t really want to reveal much of the plot, because it would give too much away. It’s written as a mystery. There’s grave robbery, psychic phenomena, kidnappings, vivisection, murders, etc. The subject matter is too serious for it to be a funny book, although it’s not without a sense of humor. It’s my longest book to date.

Nick :Two your stories: “Thirteen Phantasms” and “” Paper Dragons “won the
prestigious WORD FANTASY AWARD, what it means to get these confirmations of Index of colleagues and readers? And the rewards can change the Career of a writer?

Blaylock: It’s wonderful to win awards, certainly, although they don’t necessarily have a big effect on a writer’s career. I’ve just learned that “The Affair of the Chalk Cliffs” is nominated for a Locus Award. I like that. It’s evidence, I think, that I’m still writing good stuff by some measure. Ultimately it’s the books, however, and not the awards that define your career.

Nick: Your main job is English teacher and also Creative Writing. In this capacity, what advice would you give to a young man who intends to pursue a career as a writer?

Blaylock: My advice is to write because you must write, because you enjoy it and are compelled to do it. If you want to publish, then send your work out to publishers relentlessly. It might take years before you sell anything. If publishing is your goal, you won’t last. If writing is your goal, you have a chance. Also, remember that writers don’t make much money. Find work that will pay your rent and groceries bill. I started teaching in the same year that my first story was published, and it’s teaching that pays my bills, even though I’ve been published all over the world. That’s not a problem if you write because you love to write and are compelled to write.

Nick: What evidence differences in the publishing market today than when
You started?

Blaylock: When I started, Del Rey books had recently published The Sword of Shanara, and it was apparent that a fantasy novel could be a best seller. Lester del Rey bought my first novels even though they were eccentric books, and Ace bought The Digging Leviathan and Homunculus despite their being very strange and quirky. I think it’s harder to sell strange and quirky books these days. Publishers have gotten more narrow minded and too anxious to find books that are evidently commercially viable.

Nick: The editorial World is changing and with it the way you read.
I would like your opinion on new technologies such as eBooks, and how far believe could transform the market?

Blaylock: They’ve already transformed the market. All of my books are back in print in e format. More people are reading than ever before. Books are suddenly becoming cheap again, and it’s possible for strange and eccentric books to find a broad audience. I much prefer paper, but I believe that e-books are the future of publishing.

Nick: In conclusion of our interview I ask for your applications future (in addition to the previously mentioned The Aylesford Skull)

Blaylock: I’ve agreed to write a couple of steampunk stories and another novella for Subterranean Press, and then I’ll start a new novel, perhaps Steampunk, perhaps a sequel to my forthcoming young adult novel, which Subterranean will be publishing this summer: Zeuglodon, the True Adventures of Kathleen Perkins, Cryptozoologist.

Nick:Well James, I thank you for your kindness and your availability.

Blaylock: My pleasure.

Paul Di Filippo

La trilogia steampunk (Orig. 1995, questa edizione 2011)

Titoli originali: Victoria (1991), Hottentots (1995), Walt and Emily (1993)

Delos

pp. 318

ISBN 978-8865301746

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Quarta di copertina (da IBS.it)

Cos’è accaduto alla regina d’Inghilterra? È realmente lei la creatura dagli strani appetiti che da qualche tempo siede sul trono dell’Impero Britannico? Da dove vengono i mostri dell’abisso lovecraftiano che minacciano il Massachusetts? In quale curiosa epoca sono stati condotti i poeti amanti Walt Whitman ed Emily Dickinson? Tra i tanti sottogeneri del fantastico, della fantascienza e del fantasy, lo steampunk è uno dei più affascinanti, con i suoi scenari vittoriani, con le sue straordinarie tecnologie senza elettronica ed elettricità basate su ingranaggi e motori a vapore. Tra i pionieri del genere, che annoverano nomi come Tim Powers, William Gibson, Bruce Sterling e Alan Moore con la sua “Lega degli Uomini Straordinari”, un posto particolare spetta a Paul Di Filippo, primo a usare il termine steampunk in un titolo proprio con il presente libro. Tre storie ambientate nel diciannovesimo secolo, in una girandola di avventure narrate con arguzia.

Recensione (di Davide Mana).

La Trilogia Steampunk di Paul Di Filippo risultò spiazzante alla sua uscita, nel 1995, quando pochi sapevano cosa fosse lo steampunk, ed è forse ancora più spiazzante oggi, che lo steampunk è considerato eminentemente vendibile.

Il volume raccoglie tre novelle accomunate da un elemento centrale, che non è tanto l’ambientazione vittoriana, quanto piuttosto lo sberleffo erudito verso alcuni eminenti personaggi del passato.
La Regina Vittoria, che scompare misteriosamente e viene rimpiazzata con una specie di rettile mutante.
Louis Agassiz, eminente naturalista e antidarwinista convinto, che si trova a dover confrontare la confutazione di tutte le proprie convinzioni (oltre a ritrovarsi nei panni di una specie di Indiana Jones).
Ed infine Emily Dickinson, la poetessa e reclusa, che si ritrova astralmente proiettata su un misterioso vascello, in compagnia di un irsuto e scollacciato Walt Whitman.

Quasi una rivisitazione sovversiva di Eminent Victorians di Lytton Strachey, si sarebbe portati a pensare.

E lo spirito è sovversivo, la scrittura brillante, il gioco delle citazioni rende la Trilogia Steampunk una lettura piacevole ed impegnativa.
I personaggi sono eccentrici e le situazioni altamente improbabili, ma una logica ferrea sottende l’intera narrazione. Scienza e magia (in mancanza di un termine migliore) sfumano l’una nell’altra, e la natura un po’ ingessata dei vittoriani viene ampiamente ribaltata, con effetti piuttosto divertenti.

E ben poco ha, tutto questo, a che vedere con la variante da cortile dello steampunk che ci viene abitualmente offerta di questi tempi, e con l’attuale ossessione per corsetti, occhiali protettivi, ingranaggi e coppie di investigatori alle prese con misteriosi crimini nella Londra vittoriana.
Poco, pochissimo delle storie di Di Filippo è percolato nello standard commerciale dello steampunk – ed è un peccato.
Perché è la vena sovversiva, la satira, anche una certa violenza concettuale nei confronti del passato glorioso, che rende vitali e divertenti queste storie.
Una vitalità che spesso latita nei racconti attualmente in circolazione, che sono un po’ troppo manierati, un po’ troppo standardizzati, con fin troppo steam e troppo poco punk.

Probabilmente il cosplayer in cerca di nuove ispirazioni che pare essere nei nostri boschi il principale fruitore di steampunk e non ha troppa dimestichezza con Agassiz, Whitman o Starchey, troverà le storie di Di Filippo strane e forse noiose, al limite incomprensibili.
Chi ama la buona scrittura ed il gioco letterario, resterà piacevolmente sorpreso.

Recensione (di Angelo Benuzzi).

Ci sono più modi di accostarsi a questa trilogia. Si può apprezzarne il notevole lavoro di preparazione, specialmente per la terza parte, si può godere dello stile e del modo ai confini del pastiche con cui Di Filippo sceglie di presentarci queste storie; ci si può focalizzare sul messaggio che ne traspare, in particolare per il voler trattare temi seri come il razzismo; ancora, ci si può divertire a cogliere tutti gli inside joke sparsi a piene mani, sempre cercando di distinguere quali dei personaggi sia storico o meno; infine, ci si può godere tre belle storie e lasciare perdere tutte le altre faccende.

Difficilmente si trova materiale del genere e non a caso Di Filippo si è fatto un nome come autore di spicco, uno dei pochi che possa dire di aver lasciato una traccia nella narrativa fantastica di questi ultimi decenni. Questa trilogia è degli inizi della sua carriera e mostra già un livello di maturità espressiva e di padronanza delle ambientazioni che pochi raggiungono. C’è chi attribuisce proprio a questo lavoro il germinare del genere steampunk, di sicuro è tra i primi lavori ad ottenere una buona notorietà.

Quello che mi ha più colpito è la capacità di variare i registri narrativi. Ci sono elementi propri dei romanzi dell’ottocento (Verne, Dumas), una costante nota sospesa tra il sarcasmo e l’ironia e il gusto giocoso di riservare al lettore una sorpresa dopo l’altra, un continuo dare scacco matto. Ho cercato a una prima lettura di trovare tutti gli elementi riferiti ad altri libri o a personaggi letterari ma ho dovuto rinunciare, il gioco citazionista viene condotto a un livello che è superiore alle mie forze sostenere. Il risultato finale mostra chiaramente il talento dello scrittore, non a caso in grado di esprimersi con facilità sia nei racconti che nei romanzi (ha anche sceneggiato dei fumetti, tanto per gradire). Nel passare da una sponda all’altra dell’Atlantico (la prima parte in Inghilterra, le successive prendono le mosse negli Stati Uniti) riservando al resto del mondo il ruolo di background (Francia, Polonia, Prussia, territori boeri del Sud Africa) si mostra l’unico limite di questa serie di storie, l’essere anglocentrico.

Altro fattore da sottolineare la critica costante al potere, sia come establishment economico che per porsi al di sopra del sapere in virtù del censo o della posizione. Il secondo racconto ha come sottotracce costanti il razzismo e la condizione femminile, temi presenti in altra chiave anche negli altri due. Infine, l’elemento fantastico, altra colonna di queste narrazioni. Protoscienza, magia in salsa lovercfratiana, passaggi dimensionali sono le chiavi di volta dei tre racconti, ognuna declinata con grande brio.

Se ancora non si fosse capito: da leggere.

Note sulle edizioni italiane.

In Italia questi tre racconti sono stati tradotti per la prima volta nel 1996 dalla Nord, con la traduzione di Maria Cristina Pieri. La stessa casa editrice ristampò in altra collana nel 1998. Non so dirvi se sia possibile reperire questi volumi al di fuori dal mercato dei remainders.

La trilogia deve la sua più recente pubblicazione alla Delos, nella collana Odissea Fantascienza. In questo caso la traduzione è stata affidata a Salvatore Proietti con il quale mi complimento dato il livello di difficoltà, specialmente per la terza parte.

Nota finale.

Nel programma della prossima ITALCON, a Bellaria dal 24 al 27 maggio, Paul Di Filippo è previsto come ospite. Occasione da non perdere per i suoi tantissimi fan.