Pubblichiamo qui un estratto di un saggio di Massimo Citi (citato in apertura) per aprire il fronte steampunk nella nostra blogzine. Il brano contiene un intervento di Silvia Treves.
Nota: per un errore era stata diffusa una versione errata dell’articolo. Me ne scuso con l’interessato e con i lettori. (Angelo Benuzzi)
Fuori tempo massimo: lo steampunk (da “Morte e trasfigurazione del Cyberpunk”)
Steampunk, letteralmente “punk a vapore”. Denota un sottogenere del Cyberpunk, la cui caratteristica essenziale è quella di ambientare le vicende in epoca vittoriana, modificando o meno il quadro storico e obbligando personaggi serissimi e definitivamente consegnati alla storia (La Regina Vittoria, Lord Kelvin, Louis Agassiz, Charles Babbage ecc. ecc.) a folli pratiche e imprese invereconde.
Diversi autori di Cyber si sono cimentati nel genere con esiti generalmente positivi. Inutile tuttavia sottolineare che per sua stessa natura lo Steampunk implica un grado di conoscenza storico / letteraria della seconda metà dell’Ottocento che non è troppo comune. Questo non perché Defilippo, Tim Powers, J.Blaylock, K.W.Jeter e compagnia bella siano degli insopportabili snob ma perché una parte del piacere dei loro testi sta nella parodia, nella deformazione, nella citazione di personaggi e opere.
Vi è un tratto caratteristico dello Steampunk che trovo particolarmente felice. Nel reinventare alla perfezione l’epoca Vittoriana (scelta perché costituisce l’alba dell’industrializzazione moderna, quindi anche il locus dal quale dipanare eventi alternativi) gli autori Steampunk uniscono felicemente realtà e fantasmi letterari. Conseguentemente un Dracula che arriva al cospetto della Regina Vittoria è assolutamente normale, come è normale incontrare il Dottor Frankenstein a una conferenza alla Royal Academy o incontrare Sherlock Holmes a un concerto della Royal Philarmonic.
Confesso che questo genere di contaminazioni mi regalano il piacere un po’ infantile di poter leggere frammenti e scampoli di storie di personaggi che mi sono cari come fratelli e amici, senza dovermi preoccupare di verificare quanto sono simili a quelli immaginati dall’autore originale. Si tratta di un metaverso tutto letterario/storico, un’Irrealtà Virtuale ingombra di pratiche tecnico- scientifiche semidimenticate, di illusioni grandiose sulla natura del mondo, di un positivismo pasticcione e generoso che determina immancabilmente qualche catastrofe, un mondo che seduce e regala un piacere intenso anche se un po’ malinconico.
Per gli amanti del genere che sospetto essere, perlomeno in Italia, non fittissima scarsa schiera, segnalo l’esistenza di un divertentissimo romanzo di K.W. Jeter, Le macchine infernali, Mondadori Urania n° 1335. Protagonista un orologiaio londinese, erede di ben più degno padre, che vivacchia, nella Londra vittoriana, dei resti del genio paterno. Questo perlomeno finchè non incontra sulla sua strada un misterioso individuo dalla pelle nera e lucida, un impresario circense senza scrupoli, la sua equivoca compagna, la signorina McThane, e il folle Lord Bendray con la sua Armonica del Cataclisma.
Così il povero George Downer si trova costretto ad assumere gli scomodi panni del salvatore della Terra, cercando di sopravvivere alla minaccia di ibridi ittio-umani che ricordano molto i simpatici mostri marini de la Maschera di Innmouth di H.P. Lovecraft, a scienziati pazzi, automi impazziti e fondamentalisti religioni di opposte confessioni.
C’è di tutto nel romanzo di Jeter, basta cercare con attenzione. Vi si possono ritrovare, egregiamente reinterpretati, tutti gli stilemi del romanzo d’avventura à la Jules Verne, del racconto gotico e della novella di anticipazione nella sua accezione pre-americana e pre-FS. Letteralmente un piccolo gioiello, peraltro tradotto con colpevolissimo ritardo in Italia (l’edizione originale è del 1987) e confinato in una collana per edicole (la lingua batte…)
Cercatelo. Ne vale la pena.
L’antologia di Paul Di Filippo pubblicata dalla Nord nella collana Argento porta il titolo definitivo di Steampunk. Raccoglie tre racconti lunghi: Vittoria, Il feticcio rubato, Walt ed Emily.
Il primo è la storia della scomparsa della Regina Vittoria giovane, sulle cui tracce si gettano William Lamb, secondo visconte di Melbourne, primo ministro dell’Impero e lo scienziato Cosmo Cowperthwait aiutato dal suo servitore yankee, Nails (Unghie) McGroaty. A sostituire sul trono la Regina Vittoria Cowperthwait “presta” a Lord Melbourne Vittoria, un ibrido umanoide ottenuto dal trapianto di cellule umane in una tritona (o qualcosa del genere).
Senonchè la giovane Vittoria – l’umanoide – è una creatura non solo dolce e affettuosa ma anche, per un’inattesa conseguenza dell’esperimento, un’assatanata sessualmente insaziabile.
La regina Vittoria viene poi ritrovata, ma nel frattempo il povero Lord Melbourne, amante della giovane regina, si trova a sperimentare personalmente la furia erotica dell’inconsueto mostro di Frankenstein prodotto da Cosmo Cowperthwait.
Il secondo racconto, il più lungo, ha per protagonista Louis Agassiz, l’ultimo dei grandi naturalisti antievoluzionisti (nonchè convinto razzista) ed è una geniale sarabanda ricalcata sul miglior Chesterton, che vede tra i protagonisti e comprimari la figlia della Venere Ottentotta, H.P.Lovecraft e il suo amato mostro marino, Dagon.
Nell’ultimo racconto i protagonisti sono Walt Whitman e Emily Dickinson, coinvolti in un un tentativo di raggiungere il regno dei morti per mezzo della sostanza ectoplastica prodotta da una medium.
Accanto al registro parodistico se ne coglie qui uno malinconico ed elegiaco, evidentemente ispirato all’affetto per i due grandi poeti che Di Filippo ha scelto come protagonisti.
Whitman e la Dickinson si conoscono e giungono ad amarsi, ma poi lei sceglie di restare fedele a se stessa:
“…Per ogni ora amata/ dura elemosina di anni / centesimi amaramente disputati / e Scrigni pieni di Lacrime…” Scrive la Dickinson al termine della sua avventura a testimoniare che il racconto è anche biografia fantastica e tributo d’amore.
Un libro sinceramente consigliabile anche per chi non legge abitualmente SF: sorprendente, buffo, inesauribile.
Ultimo libro del carniere Il Diario segreto di Phileas Fogg, di Philip Josè Farmer, uscito in edizione originale nel 1973, pubblicato una prima volta in Urania nel 1990 e ristampato nei Classici Urania, con la traduzione di Riccardo Valla.
P.J. Farmer, oltre che l’autore de Il Ciclo del Fiume (Riverworld) – un colossale e ambizioso pastiche storico-letterario-mistico-FS, che vanta tra i protagonisti Sam Clemens (Mark Twain), Hermann Goering, Alice Liddell di Alice nel paese della Meraviglie e Richard Francis Burton, esploratore e primo traduttore in lingua inglese delle Mille e Una notte – viene tuttora celebrato per aver pubblicato il primo romanzo breve di sf nel quale vi fosse sesso esplicito (Un amore a Siddo) e per il suo gusto scatenato per le contaminazioni, le riletture, le parodie letterarie.
Il diario segreto di Phileas Fogg, ovvero ciò che Jules Verne non poteva sapere del suo personaggio, è un eccellente esempio del talento malsano di Farmer nello scombinare le carte altrui, riunendo in un unico romanzo un personaggio letteralmente proverbiale come Phileas Fogg e un vero mito letterario come il Capitano Nemo e rendendoli, per ragioni di plot, acerrimi nemici, esponenti di due razze aliene che da tempo immemorabile utilizzano la Terra come teatro dei loro scontri.
Scritto in forma di chiosa al testo di Verne, del quale riprende alcuni passaggi, il diario segreto spiega talune contraddizioni del testo originale, illustra ciò che Verne non riferiva, approfondisce il personaggio dell’Ispettore Fix donandogli imprevedibili sfaccettature umane e termina con un’allusione alle ulteriori imprese del Capitano Nemo che, sconfitto, assumerà il nome di Moriarty, ossia « colui che Watson chiama James Moriarty.»
Venato di affettuoso umorismo e animato da un ritmo degno di G.K. Chesterton il Diario Segreto è un testo precursore del genere Steampunk, affermatosi più avanti. Ma oltre a questo è anche il compagno ideale per un viaggio in treno o per una tranquilla serata a casa. Non una cosa da poco, per un libro.
E adesso, dal momento che Silvia Treves si è incapricciato del genere (e la colpa è anche mia), mi tocca ospitare un suo intervento su un altro titolo steampunk.
Questo è un (modesto) contributo alla rubrica, in un certo senso commissionato da Massimo: il libro che segue è stato un suo regalo.
J.P. Blaylock è uno steampunker made in USA. Di lui avevo già letto un racconto breve e delicato, Draghi di carta, che conteneva in nuce molti suoi temi peculiari: la scienza positivista e accademica alle prese con fenomeni che esorbitano la sua capacità di spiegare, scienziati affiliati a società segrete che indagano in direzioni inaccettabili, l’unione feconda di gioco e indagine scientifica.
In questo Homunculus tutti questi ingredienti si mescolano felicemente con il feuilleton, la narrativa d’avventura e il romanzo psicologico di epoca vittoriana. L’azione si svolge in una Londra alla Dickens, dove alla vita ordinata dei quartieri borghesi, dell’Accademia delle Scienze, dei benestanti fa da contraltare l’esistenza grama degli abitanti dei bassifondi e, fra loro, di criminali, affiliati a sette segrete, studiosi dalle pratiche negromantiche. I buoni e i cattivi sono quelli del romanzo d’appendice: giovani onesti privati di nome e ricchezze, umili che riscattano col coraggio una vita miserevole, fanciulle concupite da malvagi e rapite alla famiglia, eroi che mettono esperienza e valore al servizio della giusta causa, domestici devoti, scienziati-stregoni, miliardari depravati che vampirizzano il proletariato, studiosi solitari e misantropi alla ricerca del potere.
Ma poichè questo è un delizioso pastiche, i buoni sono tutti membri di un club che promuove i voli spaziali, i devoti domestici sono colti ed eleganti, gli umili leggono testi di filosofia alla luce dei lampioni a gas e lo studioso misantropo è affetto da un’acne devastante che lo conduce alla rovina. Il testo ha pagine esilaranti, come quelle in cui, col passo accelerato di Chesterton, il laboratorio dello scienziato buono viene distrutto e la sua nave spaziale, fatta decollare accidentalmente, si alza nei cieli della campagna inglese per schiantarsi contro il granaio di Lord Kelvin (personaggio anche di “La macchina di Lord Kelvin” – Urania 1994), sotto gli occhi stupefatti dei villici pronti a dare la caccia al “maledetto ‘lieno”.*
I difetti, però, non sono lievi. Il testo è dispersivo, a tratti prolisso, come se l’autore avesse esplorato varie possibilità senza privilegiarne alcuna. Ridotto di un terzo, il romanzo ne avrebbe sicuramente guadagnato. Il vero problema, però, è lo stile. La scelta di Blaylock di imitare il Dickens più ampolloso avrebbe anche potuto essere divertente e accentuare l’effetto straniante della narrazione. Ma l’esito non è felice e il lettore inciampa troppo spesso in frasi contorte e treni di aggettivi trascinati da sostantivi inadeguati.
Sullo stile nutrivo molte perplessità, perché Draghi di carta non era affatto faticoso da leggere. Poi, dopo aver gustato alcune scorrevolissime pagine de La macchina di Lord Kelvin, ho avuto la mia agnizione. Giro quindi ogni domanda in proposito a Valeria Reggi e Gino Scatasta, traduttori del testo di Bompiani ma non di quello di Urania.
Nota di redazione: abbiamo recensito la trilogia steampunk di Paul Di Filippo (qui), il romanzo “Le porte di Anubis” di Tim Powers (qui) e infine pubblicato un’intervista a J.P. Blaylock (qui); buona lettura!


I premi sono stati assegnati durante la World Fantasy Convention di Toronto.





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